"Io
dissento fortemente da chi non vuole che i profani possano leggere le
sacre scritture tradotte in lingua volgare, come se Cristo avesse
insegnato dottrine così complicate da poter essere a malapena
comprese da pochi teologi, come se l’ignoranza fosse il baluardo di
difesa della religione cristiana.
Forse è più giusto tenere
nascoste le decisioni dei re, ma Cristo vuole che i suoi misteri
siano divulgati in ogni modo possibile.
Io vorrei che ogni donna
leggesse il Vangelo e le lettere di Paolo. E volesse il cielo che
queste fossero tradotte nelle lingue di ogni popolo, per potere
essere lette e conosciute non solo dagli scozzesi e dagli irlandesi,
ma anche dai turchi e dai saraceni. Il primo passo è sempre la
conoscenza: forse molti ne riderebbero, ma diversi altri potrebbero
invece esserne attratti.
Volesse il cielo che d’ora in poi il
contadino recitasse le scritture al manico dell’aratro, o le
cantasse il tessitore mentre lavora alle spole, o ne facesse racconto
il viandante, per alleggerire la noia del viaggio. Che dalle
scritture prendesse spunto ogni discorso tra cristiani.
Noi, infatti,
siamo così come sono le nostre conversazioni quotidiane. Ognuno
raggiunga il grado di consapevolezza alla sua portata, esprima ciò
che può. Chi è rimasto indietro non invidi chi gli è davanti, chi
è primo inviti chi lo segue a non disperare. Perché restringiamo a
pochi la professione delle scritture, comune a tutti?
(Erasmo
da Rotterdam, in
Elogio
della follia e altri scritti,
Garzanti, pag. 218/219)