domenica 28 marzo 2021

IN CAMMINO VERSO LA PASQUA

 Con Gesù nel deserto (ter)

Inafferrabilità di Dio e deserto.

Per Gesù è stata necessaria l’esperienza forte del deserto, della solitudine e del silenzio (degli interminati spazi, dei sovrumani silenzi e della profondissima quiete) per capire profondamente ed una volta per tutte ciò che ogni ebreo, sapeva: Dio è al di là di tutto, il Trascendente.

Ogni ebreo lo sa… ed anche Gesù l’aveva saputo da trent’anni che Dio trascende ogni cosa… ma ora, nel deserto, sembra averlo capito una volta per tutte.

La Torah, al cuore ed alla mente di ogni ebreo, parlava di un Dio diverso dalle divinità degli altri popoli, di un Dio che ha tutti i caratteri di un essere Trascendente: è Creatore di tutte le cose, come si legge nella Genesi (1-2) e, quindi, Lui solo è Signore (Es 3,14).

Nessuno è come Lui su tutta la terra (Es 9,14) e, quindi, di Lui non ci si può fare alcuna immagine (Es 20,4-6; Lv 19,4; Dt 4,15-20; 5,8-10).

Egli solo è il Santo, cioè il ‘Separato’ (Es 3,1-6). Un concetto ribadito più volte dal profeta Isaia (6,1-5; 40,25), per cui, dice Dio: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie…» (Is 55,8). È per questa sua separatezza – o trascendenza se lo si preferisce – che Dio ricorre all’angelo come mediatore tra Sé ed il popolo, tra Sé e l’uomo. Egli resterà sempre il Nascosto:

Veramente tu sei un Dio che ti nascondi,

Dio di Israele, salvatore (Is 45,15).

Ma Gesù imparò davvero dal deserto ad avere una chiara coscienza della trascendenza di Dio ed a cercarlo sempre.


Lo ripetiamo: Gesù aveva appreso da trent’anni – cioè da quando aveva cinque anni –, dalle benedizioni quotidiane imparate da suo padre, dalla recitazione dello Shemà fatta ogni mattina ed ogni sera, dalla meditazione quotidiana della Torah, dalla recita dei Salmi, dalla conoscenza dei profeti di Israele, che il Dio Nascosto va amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, che va servito con tutto il cuore e con tutta l’anima, che le sue parole devono essere fisse nel cuore, poste nell’anima, e che a Lui bisogna appartenere1.

Ora, il senso della trascendenza di Dio, come la sofferenza – la sofferenza accettata dentro di sé o condivisa insieme a chi la vive –, il senso della trascendenza, dicevamo, ti apre a livelli più profondi di esistenza e ti cambia la vita.


È successo a diversi uomini che, a trent’anni (e più), qualcosa gli è cambiato di dentro. Ed una volta per tutte. Lo è stato per sant’Agostino, la cui conversione giunse a trentadue anni; lo è stato per Bisṭāmī; lo è stato per Gesù.

Bisṭāmī è un mistico islamico che può aiutarci a capire qualcosa di ciò che stiamo per dire. Bisṭāmī visse nella Persia del ix secolo e, giunto a trent’anni, confessò questa sua particolarissima esperienza spirituale:


Lungo trent’anni io ho camminato alla ricerca di Dio; e quando, alla fine di questo tempo, ho aperto gli occhi, ho scoperto ch’era Lui che mi cercava2.


Era Lui che mi cercava… Fatti salvi tutti gli attributi della trascendenza, possiamo dire che Dio cerca l’uomo.

Dobbiamo precisare, anche, che, quando affermiamo ciò, lo facciamo con tutta umiltà, perché consideriamo il fatto che è Lui stesso, il Signore dell’essere e della vita, a lasciare tracce di Sé dappertutto. Pur essendo l’Inaccessibile e quasi l’Assente, per chi sa guardare e sa tacere dentro di sé, tutte le cose ci parlano di Lui.


Attraverso il mondo, sebbene oscuramente, Dio si manifesta dappertutto. Ogni creatura è, per se stessa, una teofania [= una manifestazione di Dio]. Tutto è pieno di tracce, di impronte, di vestigia, di enigmi. Da ogni parte escono i raggi della Divinità3.


Era Lui che mi cercava… lasciando tracce di Sé dappertutto, ma anche ponendo in me tutti gli strumenti, sia pur poveri, perché io lo potessi cercare.


Un’altra tradizione riferisce le parole di Bisṭāmī in un’altra forma:


All’inizio immaginavo di essere io a pensare, conoscere e amare Dio. Quando giunsi alla fine vidi che lui aveva pensato a me ancor prima che io pensassi a lui, vidi che mi aveva conosciuto ancor prima che io lo conoscessi, che il suo amore per me aveva preceduto il mio amore per lui, che egli mi aveva cercato così che poi io stesso ho potuto cercarlo4.

1 Questo è quanto si ricava, perlomeno, dallo Shemà (Dt 6,4-9; 11,13-21; Nm 15,37-41).

2 In C. Journet, Conoscenza e inconoscenza di Dio, p. 106, n. 8.

3 H. De Lubac, Sulle vie di Dio, pp. 134-135.

4 In H. Küng, Cristianesimo e religioni universali, p. 121.