Lo stato ebraico e la dissoluzione delle forze di sinistra
Una regola fatale avvilisce la sinistra mondiale fin dai tempi della Grande guerra: fra classe e nazione, vince sempre la nazione.
Solo rare volte la fratellanza degli oppressi è riuscita a smentirla. La mancata soluzione dei conflitti fra gli Stati finisce per averla vinta sull’internazionalismo proletario. Un caso di scuola, a tal proposito, è la dissoluzione della sinistra israeliana.
Merita di venir esaminato perché – nonostante la specificità del quadro mediorientale – presenta caratteristiche che potrebbero ripetersi altrove. Anche in casa nostra.
Martedì prossimo si voterà in Israele per la quarta volta in due anni.
Il sistema della rappresentanza politica si è frantumato. Sempre meglio votare che non votare, ma non è certo un bel segnale per la tenuta della democrazia.
Tanto più che neppure stavolta emerge un’alternativa all’ “uomo forte” Netanyahu che ha interrotto la legislatura per restare aggrappato al potere. Ebbene, quand'anche Netanyahu non ce la facesse (improbabile), l’unica cosa sicura è che la sinistra israeliana resterà tagliata fuori dai giochi.
Ridotta all’irrilevanza dal perpetuarsi del conflitto con i palestinesi e con il mondo islamico circostante. Il Labour, erede del partito socialista che riuniva i fondatori dello Stato d’israele, da anni non raggiunge il 6% dei voti. Alla sua sinistra, ilmeretz oscilla intorno alla soglia minima del 3,5%. Irrilevanti, appunto. Eppure in Israele non mancano un’opinione pubblica progressista, una gioventù libertaria, autorevoli voci intellettuali laiche e pacifiste conosciute in tutto il mondo, Ong militanti dei diritti umani come B’tselem e Breaking the Silence attive nella solidarietà con i palestinesi. Di più: nei suoi primi decenni di vita, lo Stato ebraico era permeato da esperienze comunitarie di modello socialista: forte presenza pubblica in economia, la realtà dei kibbutz, un’organizzazione sindacale potente, la sobrietà imposta come stile di vita della classe dirigente.
COM’È POTUTO accadere che tutto ciò non trovi più traduzione in politica? Un peso decisivo, certo, l’hanno avuto le trasformazioni economiche e sociali, uno sviluppo capitalistico impetuoso, l’immigrazione dall’est europeo e dagli Usa, l’espansione del sionismo religioso messianico che ispira il movimento dei coloni nei territori occupati.
Resta il fatto che la sinistra israeliana, intimorita e perfino disgustata da questi fenomeni, s’è autoimposta un limite nel contrastarli: non potendo condividere la visione aggressiva della sicurezza nazionale della destra (basta dialogo coi palestinesi, da tenere a bada grazie alla supremazia militare, economica e tecnologica), è come se la sinistra avesse rinunciato a un suo progetto alternativo di soluzione pacifica del conflitto.
Dopo aver subito il trauma dell’assassinio di Rabin nel 1995, il fallimento degli accordi di Oslo con l’anp, la scia di sangue del terrorismo islamista, il Labour ha preferito occuparsi d’altro, lasciando alla destra di gestire con la sua brutalità i destini del paese.
Perfino il ritiro israeliano da Gaza, ultimo tentativo di distensione con i palestinesi, fu attuato nel 2005 dal “falco” Sharon. Alle elezioni successive, nel 2009, i laburisti guidati da Ehud Barak precipitarono per la prima volta sotto il 10%. E da allora a sinistra è stato tutto un succedersi di leader sempre più deboli, caratterizzati da quell’unico tratto comune: occuparsi di politica interna, di questioni economiche e sociali, lasciando alla destra le scelte strategiche.
L’ultimo episodio di questa parabola discendente è stato addirittura spettacolare. Prima delle elezioni del marzo 2020 il candidato laburista Amir Peretz si fece tagliare i celebri baffoni davanti alle telecamere. Spiegò che lo faceva perché si vedessero meglio le labbra mentre pronunciava le parole: “Non andrò mai al governo con Netanyahu”. Difatti, poco dopo, ne divenne il ministro dell’economia. Ma il Labour nel frattempo era ridotto a tre seggi alla Knesset. Adesso gli è subentrata la giornalista femminista Merav Michaeli, meno screditata di Peretz, la quale preannuncia di essere pronta perfino ad alleanze innaturali con l’estrema destra se ciò consentisse la formazione di una maggioranza contro Netanyahu. Tutto è possibile? No. Un’ipotesi la sinistra israeliana l’ha proprio esclusa: quella di formare un’alleanza elettorale con la lista araba progressista, che pure avrebbe in Ayman Odeh un leader aperto al dialogo. Fra classe e nazione, vince sempre la nazione.
La barriera etnica resta insuperabile e la sinistra arretra fin quasi a dissolversi.
Certo, in Italia, come del resto in Francia e in altri Paesi europei, l’elettorato non vive il medesimo clima di guerra permanente. Ma la lezione israeliana ci ricorda che la sinistra può anche scomparire. Dalla politica, se non dalla società.
Gad Lerner, Il Fatto quotidiano 20 marzo