L'intervista
Il medico Paolo Allemano è tornato in corsia per l'emergenza Covid

SALUZZO. «Potendo farlo, ho pensato che fosse giusto esserci, al fianco dei colleghi più giovani», così Paolo Allemano inizia a spiegare le ragioni che, nel marzo del 2020, lo portarono a rispondere al bando della Regione alla ricerca di medici per l'emergenza Covid. In pensione dal 2016 dopo quarant'anni in Medicina interna, era rimasto altri due anni come volontario a contratto. Già sindaco di Rifreddo e Saluzzo e consigliere regionale, un anno fa colse la sfida «vuoi per attitudine ad accogliere eventi sfidanti, vuoi perché così facendo ho potuto riprendere contatti anche umani con persone che stimavo e che, spero, abbiano potuto trarre vantaggio da questa contaminazione tra generazioni.
Da un destino collettivo non si fugge. Non è stando a casa e alzando una barriera di plexiglass che avrei ridotto la possibilità di infezione. Tanto valeva guardare in faccia il problema e affrontarlo. Si, tratta di un evento epocale che ha cambiato il modo di fare medicina. Ha riportato al centro le patologie infettive dopo che per decenni abbiamo preso sentieri sempre più specializzati. Si era persa la capacità di lavorare assieme, sempre più radicati in un percorso selettivo. Il Covid ci ha imposto la sua agenda. Che tu sia cardiologo, dietologo, fisiatra o internista, ti misuri con un problema di massa che pone al centro la patologia infettiva con complicanze respiratorie potenzialmente drammatiche. È pesante ma questo è il paradigma in cui ci ha gettato il virus. Ho cercato di vivere quest'esperienza introducendola nella quotidianità».
Quali sono state, dall'interno, le differenze tra la prima e la seconda ondata?
«Non sono paragonabili. All'inizio vi era un'onda emotiva con il sostegno dell'opinione pubblica. La metafora era quella dello "scontro finale" e poi si sarebbe tornati a casa vittoriosi, ricominciando. Uno scenario spiegabile ma tutto sommato infantile. L'"andrà tutto bene" e lo sforzo emotivo appartengono ormai ai ricordi. Si è passati dalla campagna pro tempore a una situazione di conflittualità permanente connaturata nel nostro modo di vivere. È stancante perché è paragonabile alla guerra di logoramento: non vedi se e quando possa finire».
Elemento di novità, e di speranza, è costituito dai vaccini: «Un numero crescente di persone vaccinate può favorire una svolta. C'è la sensazione che con i vaccini si possa intravedere la luce in fondo al tunnel. Però lo stato di chi con fatica dimette due pazienti e ne vede entrare quattro non è certo meraviglioso. Nel frattempo è evidente il ritardo che stiamo accumulando su tutte le altre patologie».
Poi sono arrivate le varianti: «Il virus muta. Se c'è un focolaio alle Mauritius dopo una settimana ci coinvolge. Oggi siamo di nuovo alle prese con le malattie infettive con questa velocità di trasmissione perché noi stessi ci muoviamo in continuazione. Occorre viverlo, accettarlo e attrezzarsi per una svolta che può venire solo dai vaccini e dai comportamenti responsabili. Senza lasciare indietro nessuno».
Impatto sociale: ne usciremo migliori?
«Non penso che stiamo imparando. Non abbiamo la proiezione, viviamo il qui ed ora. C 'è molta asimmetria tra qual è la situazione reale e quella che ognuno di noi percepisce. Certo, l'impatto è devastante per alcune attività. Immagino conseguenze pesantissime. Penso però che riusciremo ad uscirne in parte perché finalmente l'Europa ha dato segni di vita, in parte perché il nuovo Governo più che tagliare dovrà mettere a frutto delle risorse. Ma occorre far capire a tutto il comparto in sofferenza, del turismo, e della ristorazione, che per venirne fuori non si può prescindere da condizioni di sicurezza. Altrimenti rischiamo di logorarmi in un tira e molla in cui siamo tutti più deboli. Certi stop sono fondamentali per non ottenere solo dei fuochi di paglia che poi si spengono. Tutto questo presuppone un patto tra categorie e tra generazioni che è lungi dall'essere messo sul tavolo»
ALESSANDRO PONSI
L'ECO DEL CHISONE, 17 marzo