Il covid impone di ripensare il turismo
Come
far ripartire la crescita mondiale senza il turismo? È il problema su
cui si arrovellano i decisori dell’economia planetaria. Perché è stata
proprio la pandemia a dimostrare il ruolo nevralgico di questo settore.
Non solo nei paesi a vocazione turistica come l’Italia, la Spagna o
l’Austria, dove contribuisce a circa un sesto del pil e
dell’occupazione. Il turismo è decisivo per l’economia globale.
Senza il
turismo si fermano gli alberghi, i ristoranti e in generale tutte le
attività legate all’ospitalità. Sparisce l’industria aeronautica, si
dimezza quella automobilistica, va in rovina la cantieristica da
crociera, riceve un duro colpo l’edilizia. E questi crolli trascinano
con sé la siderurgia, il cemento, l’elettronica. Quando quattro anni fa
scrivevo nel libro Il selfie del mondo (Feltrinelli
2017) che il turismo è la più importante industria del secolo, sono
stato preso per uno sbruffone che ama spararle grosse. Ora il covid-19
ci ha mostrato quanto quest’industria, di solito trattata con
sufficienza, sia essenziale. La sottovalutiamo perché confondiamo il
turismo con i turisti, e i turisti sono difficili da prendere sul serio:
ci sembrano buffi, letteralmente fuori posto. Li trattiamo sempre con
sufficienza e gli attribuiamo i danni del turismo: come se incolpassimo
gli operai per gli avvelenamenti causati dalle fabbriche. Ma siamo tutti
turisti che disprezzano gli altri turisti. Questo paradosso mostra
quanto sia irrisolta la nostra relazione con il settore e quanto sia
superficiale pensare che basti un virus a decretare la scomparsa di
quest’invenzione della modernità, incubata per un secolo e mezzo ed
esplosa nel secondo dopoguerra. Per creare il turismo sono state
necessarie due rivoluzioni. Una tecnologica: la rivoluzione dei
trasporti e delle comunicazioni, che ha reso i viaggi possibili, rapidi
ed economici. L’altra sociale, che ha creato i viaggiatori. E che è
stata il frutto di durissime e interminabili lotte per la conquista del
tempo libero retribuito. Perché gli esseri umani diventino turisti non
basta che abbiano tempo libero: i disoccupati ne hanno tanto. Mai nella
storia umana prima di Bismarck in Germania, del new deal negli
Stati Uniti e del Fronte popolare in Francia, un ampio strato di
popolazione aveva goduto di reddito in periodi di non lavoro, cioè di
ferie in età lavorativa e di trattamento pensionistico dopo. Oggi almeno
il 95 per cento dei turisti è in ferie retribuite o gode di una
pensione. Queste due rivoluzioni hanno trasformato non solo la nostra
vita, ma anche le nostre categorie mentali. Hanno fatto della
possibilità di viaggiare l’elemento cardine della nostra idea di
libertà. Ora con la pandemia sentiamo quanto ci manca il non poter
cambiare aria, il non poter andare altrove (non importa dove). La
volontà di viaggiare è rivendicazione di libertà. Prima del covid-19 in
occidente non ce n’eravamo resi conto, eppure avremmo dovuto saperlo,
visto che in Germania Est fu proprio una richiesta di visti turistici la
scintilla che provocò il crollo del muro di Berlino nel 1989. Non ci
eravamo accorti che l’esigenza di muoversi e sperimentare altri
orizzonti fosse così intensamente politica. Solo la reiterata,
prolungata chiusura della seconda e della terza ondata della pandemia ci
ha fatto sentire sulla nostra pelle l’impossibilità di viaggiare come
una prigionia: per la prima volta ci siamo messi nei panni dei tedeschi
dell’est. Impedire ai cittadini di essere turisti significa privarli di
un elemento qualificante della loro idea di libertà. Ma qui cadiamo in
una seconda contraddizione (dopo quella di noi turisti che disprezziamo i
turisti): è vero che il turismo è un componente indispensabile della
nostra libertà, ma è anche un’industria doppiamente inquinante.
Innanzitutto perché, alimentando altre industrie, il turismo è dietro
tutti gli inquinamenti che queste producono. E poi perché, in quanto
industria sociale, produce un “inquinamento umano” (svuotamento dei
centri urbani, trasformazione del mondo in una grande Disneyland,
sfiguramento degli ecosistemi). È una contraddizione insanabile che ci
porta a una sola conclusione: la nostra concezione di libertà è un’idea
che consuma il mondo. È ineluttabile che una società basata sul consumo
debba esercitare quest’attività sul mondo in cui viviamo, e cioè
consumare il pianeta.
Come se niente fosse Ecco
perché è così difficile fare a meno del turismo e allo stesso tempo
conviverci. È fortissima la spinta a far ripartire l’economia come se
non fosse successo niente: nel 2019 69 milioni di voli avevano solcato
la nostra atmosfera. Noi sottovalutiamo la nostra capacità di
dimenticare, che rende patetica l’illusione mille volte ripetuta del
“niente sarà come prima”. Nel 1918 gli esseri umani erano sicuri che
quella appena finita era stata “l’ultima guerra che avrebbe posto fine a
tutte le guerre”. Dopo la crisi finanziaria del 2008 molti autorevoli
economisti ci assicurarono che il capitalismo non sarebbe stato mai più
come prima. Ci sia permesso di dubitare che dopo questa pandemia “niente
sarà più come prima”. Anche perché la diversità che si prospetta non è
molto promettente. Ma per quanto l’umana smemoratezza voglia
ricominciare tutto da capo, non sarà facile ripartire come se niente
fosse. E tanto meno lo sarà quanto più lo stato d’eccezione sarà lungo:
più mesi (anni?) durerà il blocco, più imprese falliranno, più catene di
rifornimento saranno interrotte, più filiere si bloccheranno, più
addetti si ricicleranno in altri settori. Soprattutto, verrà meno la
fiducia degli investitori, che più difficilmente si lasceranno
convincere a scommettere su un settore alla mercé di un virus. Non
sappiamo se finirla presto con il lockdown e
ricominciare a inquinare subito o se restare depressi e prigionieri un
po’ più a lungo, ma dare un attimo di sollievo al pianeta.