PER USCIRE DAL DESERTO BISOGNA DIVENTARE RESPONSABILI Dl TUTTO E DI TUTTI
"Amare significa lasciarsi interpellare, sorprendersi invocato e chiamato alla responsabilità". Così dice Emmanuel Lévinas, ma non è cosa da poco lasciarsi interpellare, farci coinvolgere. C'è chi vive la propria vita senza porsi domande, quasi non volesse sapere. Ma c'è, invece, chi ha sete di informazione e le cerca con impegno. Ma poi? Può capitare che l'informazione tanto ricercata, quando ce l'abbiamo, ci paralizzi, ci renda muti e impotenti. Ecco allora che il nostro impegno nei confronti dell'"altro" rimane chiuso nelle nostre case e si esprime nell'indignazione verbale, nelle discussioni infinite come in un eterno talk-show, e la nostra vita continua nella più assoluta disillusione. La mole di informazioni che raccogliamo non ci aiuta ad agire, anzi. Spesso mi sono sentita come chi di fronte alla portata dei problemi si sentisse bloccata, senza un pensiero che mi aiutasse ad andare oltre alla mia rabbia. Una sorta quindi di "indignazione pigra", priva di energia: è cosi che la sentivo.
"La prima bassezza è la pigrizia - dice Miguel Benasayag in "Contro il niente. L'ABC dell'impegno" - Prima delle grandi empietà, prima di diventare torturatore, si comincia sempre con l'essere un pigro, col tacitare il richiamo in noi col pretesto che è complicato. Un bianco in Sudafrica al tempo dell'Apartheid aveva mille occasioni per incontrarsi con un nero. Partendo da questa prima esperienza comune stava a lui lavorare, avere il coraggio di affrontare le domande che si prospettavano: perché dovrebbe essere inferiore a me? Perché dovrei trattarlo da inferiore?... Rispondere al richiamo non ha nulla di mistico, significa avere il coraggio di affrontare le questioni che mi presenta la situazione in cui mi trovo".
A volte ci si nasconde dietro alla complessità dei problemi che sembrano essere più grandi delle nostre responsabilità, ma in realtà quello che rifiutiamo è l'inizio di un nuovo percorso, si teme di lasciare le proprie abitudini, le proprie sicurezze e si indietreggia di fronte al rischio di andare contro corrente. Meglio rimanersene a guardare dall'esterno senza coinvolgersi troppo, meglio aspettare che qualcuno pensi per noi: davvero tutto sembra troppo difficile o addirittura impossibile.
Vincere la propria pigrizia vorrebbe dire ribaltare i luoghi comuni, le parole già dette, le frasi fatte. Vincere la propria pigrizia vorrebbe dire non aver paura di sentirsi "fuori". Vincere la propria pigrizia vorrebbe dire non solo informarsi, ma mettersi al posto dell'altro, imparare ad affrontare la realtà senza pensare che nulla è impossibile. Vincere la propria pigrizia vuol dire operare il cambiamento prima di tutto dentro di sé per imparare a guardare con occhi privi di pregiudizi o schemi mentali. Vincere la propria pigrizia forse vuol dire non aspettare i grandi gesti, quelli eclatanti, ma accontentarsi di quel poco che è nelle proprie concrete possibilità. Vincere la propria pigrizia può voler dire sentirsi responsabili e cambiare anche piccoli comportamenti un giorno dopo l'altro.
Dice Benasayag che alla domanda "che fare?" si può rispondere soltanto: "Qual è il mio prossimo piccolo passo?".
"Bisogna smettere di concepire l'impegno come un proposito per l'anno nuovo, una risoluzione di completo cambiamento (...) È sempre in nome del grande impegno che avrò domani per la libertà che volto le spalle a un modo di vita che costruisce a poco a poco dei divenire di liberazione".
La lotta contro la pigrizia passa attraverso un interrogativo: "Qual è la nostra posizione rispetto al richiamo che costituisce il fondamento nella nostra situazione?".
Forse così si può capire cosa vuol dire Lévinas, quando ci invita a guardare il volto dell'altro che si presenta davanti: "che supera l'idea dell'Altro in me". Il volto mi chiede e mi ordina. La parola lo significa: eccomi. Fare qualcosa per un altro. Donare. Essere spirito umano significa questo; lo non inter-cambiabile, sono io nella misura in cui sono responsabile.
EMILIA DE RIENZO
Giorni nonviolenti 2020