giovedì 25 marzo 2021

Qualcosa è cambiato


È  una mossa senza precedenti quella di ieri del premier italiano Mario Draghi - condivisa da tutti gli altri Paesi dell'Unione europea - e che proietta la guerra al Covid 19 sempre più anche sul versante geopolitico. Insieme è una sfida diretta al potere finora incontrastato di Big Pharma, i giganti globali della produzione dei farmaci. I rischi ci sono, per il nostro approvvigionamento e per il ruolo dei nostri produttori nella lunga filiera del farmaco, ma vale la pena correrli. Ed è importante che questa partita l'Europa - per una volta guidata dall'Italia - abbia scelto di giocarla senza divisioni. Perché il sovranismo vaccinale è pericoloso almeno quanto l'autarchia produttiva. D'altra parte non sono né l'uno né l'altro gli obiettivi di Draghi.

I fatti. Ieri il governo italiano ha bloccato l'esportazione in Australia, Paese che non vive più l'emergenza della pandemia, di 750 mila dosi in tutto di vaccino AstraZeneca (gruppo anglo-svedese) prodotte (per una parte del processo) nello stabilimento italiano di Anagni. Lo ha fatto nel rispetto delle regole stabilite a gennaio dalla Commissione di Bruxelles proprio a difesa delle campagne vaccinali nei singoli Paesi membri. Regole approvate con il malcelato sospetto che i ritardi nella produzione e nella distribuzione delle dosi da parte dei produttori non europei (oltre ad AstraZeneca, che per ora ha garantito la fornitura di solo il 10% rispetto agli impegni sottoscritti, la statunitense Pfizer) potessero essere dovuti alla decisione delle stesse multinazionali di trasferire altrove le fiale (nel Regno Unito?). Norme introdotte, dunque, a difesa degli interessi dei cittadini europei e applicabili a discrezione dei singoli governi. Dichiarò la commissaria alla Salute Stella Kyriakides: «L'obiettivo è assicurare i vaccini ai cittadini comunitari». Draghi è andato nella stessa direzione.

Il premier italiano aveva già attaccato duramente e inaspettatamente i colossi mondiali dei farmaci nell'ultimo Consiglio europeo di fine febbraio, lo stesso nel quale ruppe il tabù della monodose per allargare in tempi rapidi la platea dei vaccinati. Durante il vertice in videoconferenza (il primo da presidente del Consiglio) preannunciò, di fatto, una iniziativa clamorosa. Alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, criticata da più parti per la presunta arrendevolezza nei confronti di Big Pharma, chiese un'azione più determinata per proteggere fasce più ampie di popolazione e per costringere i produttori a rispettare gli accordi firmati, nonostante i troppi buchi neri - aggiungiamo noi - nei contratti di fornitura e acquisto. Lo disse proprio che non si dovesse più escludere il blocco delle esportazioni verso Paesi extraeuropei. Con lui la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, bloccato però da Draghi nel progetto di distribuire i vaccini ai Paesi più poveri. Mercoledì, infine, il presidente del Consiglio ha ottenuto il via libera da Von der Leyen senza il quale non avrebbe potuto fermare i vaccini di AstraZeneca. Così Mario Draghi ha assunto di fatto la leadership europea nella lotta alla pandemia. E forse non solo, visto che da settembre, con le elezioni federali, Merkel abbandonerà la scena non ricandidandosi più. Si è esposto, Draghi. Valutando evidentemente tutte le possibili conseguenze sul piano politico ed economico. Si fa fatica a trovare un precedente in cui l'Italia, perlopiù titubante e attendista, abbia segnato ai partner europei la traiettoria. E in questo caso una nuova traiettoria. Qualcosa che può cambiare la sfida al virus e il ruolo dell'Italia nell'Unione.

Nella scelta di ieri, infine, si afferma netto il primato della politica rispetto agli interessi e alle logiche delle potenti multinazionali del farmaco. Anche questa è quasi la rottura di un tabù. E può apparire paradossale che a compierla sia stato un tecnico, un ex banchiere, non un uomo legato ai partiti, alla necessità di coltivare il consenso a breve. Che - come diceva un altro banchiere, Tommaso Padoa-Schioppa ha imprigionato i professionisti della politica nella «veduta corta». Da buon "politico" Draghi dovrà pensare alla prossima mossa, perché questa partita non finirà così.

Roberto Mania

la Repubblica  5 marzo 2021