DROGA E SILENZI ASSORDANTI
di Vincenzo Andraous
Rocca 15/2/2021
Chissà
mai perché sul problema delle dipendenze, dell’assunzione di droga, c’è
sempre a fare da voltagabbana la disinformazione, la politica
d’accatto, come se fosse un disagio sociale del tutto periferico,
appartenente ai soliti giovanissimi, invece che ai volti nuovi e alle
conseguenti carni zigrinate dagli inciampi, dalle droghe tutte, dagli
abbandoni seguiti a catena. C’è che la droga non conosce intoppi o
rimandi, è sempre lì a ogni angolo di strada, sottocasa, proprio dove ti
aspetti di trovarla.
Viene da pensare
agli abiti vecchi e al tempo che ogni cosa riporterà al suo posto, ma
io che di tempo ne ho avuto tanto, a ben pensare non so ancora bene
cos’è, figuriamoci se posso spiegarlo ad un giovanissimo che del tempo a
venire non sa che farsene.
Mi rendo
conto che nel tentativo di “tirare fuori”, di costruire e crescere
insieme, non può resistere all’usura del tempo chi parte per “questa
avventura” con un bagaglio di certezze inossidabili, di regole
intransigenti, di binari singoli.
E’difficile
sapere, conoscere e agire, quando un giovane se ne sta impettito, a
muso duro, felice di avere scelto il vicolo cieco, è davvero difficile
spiegargli quanto è doloroso, POI, il resto che se ne ricava.
Sulla
droga prevenire con progetti condivisi e realizzabili rimane spesso una
intuizione che soccombe alle pressioni economiche-politiche: reprimere
costa meno che prevenire, ma il risultato è l’accettazione
dell’esclusione, del “sei fuori dal gioco e ci rimani “.
Quando
sento di un ragazzo o di una persona adulta che soccombono, che si
uccide di eroina, o peggio che uccide gli altri, gli innocenti, perchè
sballato guida o pensa di essere diventato invincibile, mi chiedo quale
può essere il metro di misura da usare con chi è lacerato dentro, se poi
questa vista prospettica richiesta è annebbiata dalla roba.
L’impressione
che si ricava nel camminare insieme alle tante lentezze e devastazioni
interiori, è che non solo è difficile ben operare a causa della marea di
disagio dilagante, ma lo è anche soprattutto per l’avanzare di nuove
forme di malessere, che non hanno più l’etichetta protestataria di un
tempo. Malessere che si insinua più facilmente in chi non ha strutture
mentali formate, in chi nell’evoluzione intellettuale ha ceduto sotto il
peso di una libertà inconsciamente percepita come una prostituta, per
l’incapacità ad onorare reciprocamente le proprie responsabilità. La
droga è un disagio che intacca aree di vita in maniera sempre più
esponenziale, ogni volta che un adolescente inceppa il potente
meccanismo sociale, c’è qualcuno che innalza bandiere “giustificanti”,
con qualche artificio clownesco portiamo in scena la rappresentazione
sulla vita, poco importa se virtuale, su come viverla al meglio, infine,
come sopravviverle quando non è di nostro gradimento.
Nel
frattempo si ripetono accadimenti tragici, che non posseggono alcuna
attrattiva se non quella di seminare indifferenza per chi è piegato in
due dalle proprie fragilità e dalle proprie rese. Giovani alla
spicciolata, uno sparo diritto a ogni banale conformità, a ogni
inconfessabile obbedienza, che pesa come un macigno, insopportabile da
trascinare appresso. Sulla droga sappiamo tutto, oppure per non pagare
dazio non sappiamo niente, nonostante ciò si muore nel rumore e nel
silenzio, in modo consapevole e più impertinente verso la vita
trasformata in una danza inarrestabile in onore della sordità, del
rigetto, del disamore. Si muore muovendo il corpo, ma non vedendo, non
sentendo, non capendo più che c’è anche domani, si muore in gruppo,
dentro il recinto, fuori da ogni reale condivisione, senza la pietà
della compassione, privati di una mano amica a sorreggerti,
accompagnarti, accoglierti. Mentre qualcuno si affanna a rimarcare che
non tutta la droga fa male, che c’è quella buona e quell’altra cattiva,
intorno ci sono quelli che allora provano per curiosità, per passioni
incrociate che hanno l’esigenza di incontrarsi, di conoscersi, come fa
la musica, alfabeto e vocabolario per riuscire a parlare tra irrequieti
che in fondo non sono affatto. Forse occorrerebbe avere più attenzione
sulle parole d’ordine, sulle immagini, che vorrebbero possedere carisma
sufficiente per un pensiero di socialità, di unità e libertà. Forse è
necessario usare le parole con un linguaggio che non fa curve
inesistenti, dichiarando che l’alcol, la droga, qualche lama di
coltello, non possono apparire come una periferia ambulante ove ognuno
nel fine settimana può ritornare a “essere” qualcosa di non meglio
definito. Continuo a pensare che siamo arrivati a un punto in cui c’è
bisogno di una rinascita sociale di relazioni intelligenti, non perchè
elitarie, ma perché sane e equilibrate, mai affidate a comportamenti che
sbaragliano letteralmente la possibilità di continuare a crescere e
migliorare insieme. La droga c’è, forse il mondo adulto è scomparso.