Tra gli attivisti minacciati di morte nella
Polonialiberticida "La democrazia è finita".
VARSAVIA.
David Socha ha nascosto i lunghi capelli castani sotto il cappello di lana.
Mentre parliamo su una panchina di un parco, il suo sguardo saetta a destra e sinistra, le sue mani gesticolano nervose. «Ho paura», ammette. «Prima o poi mi spaccano la faccia».
I neonazisti lo hanno già inseguito mentre stava raccogliendo fondi per un’Ong, gli hanno già riempito la cassetta delle lettere di volantini pieni d’odio: «Gli omosessuali crepano più spesso di Aids», «soffrono più spesso di malattie mentali», «sono pedofili». David spalanca gli occhi: «Sanno dove abito, è solo questione di tempo». Ormai non c’è quasi luogo dove il diciannovenne si senta al sicuro, nella sua Pulawy.
Ci sono quartieri che i militanti ultracattolici hanno tappezzato di adesivi omofobi — "distruggi Lgbt", "ferma la perversione sessuale". Quartieri dai quali David si deve tenere lontano. Quando gli chiediamo se ce li può far vedere in macchina, senza scendere, lui scuote lentamente la testa: «Per me è una no-go-zone». Pulawy era una tranquilla cittadina di 50mila abitanti tra Varsavia e Lublino.
Ma per David, che c’è nato, che c’è cresciuto, che vuole invecchiare qui, è diventato un girone infernale.
Due anni fa Pulawy e un altro centinaio di città polacche hanno adottato una risoluzione per liberarsi dalla presunta "ideologia Lgbt".
Una mossa in sintonia con la strategia oltranzista del governo Morawiecki, che dal 2005 conduce una guerra sistematica contro le donne, la comunità Lgbt+ e le minoranze, minando allo stesso tempo l’autonomia della giustizia, occupando manu militari le istituzioni pubbliche e i media.
Gli spazi di libertà, nel Paese di Solidarnosc e della prima picconata al Muro di Berlino, si stanno rapidamente restringendo.
Le aree "Lgbt-free", ormai un terzo del Paese, diffuse soprattutto nel Sudest, si sono trasformate in zone franche per neonazisti e fanatici cattolici. «Sono stato insultato come "frocio" in mezzo alla strada, una ragazza che conosco è stata molestata perché lesbica», racconta David. Quando la notizia delle cosiddette Lgbt-free-zones fece il giro del mondo, due città gemellate con Pulawy, l’olandese Nieuwegein e la francese Douai, ruppero ogni rapporto con la città polacca. È allora che David si mobilitò: «Incollai adesivi ovunque: "Ci mancherete". Mi intervistò una tv locale. Da allora non vivo più».
Il volto di David, stavolta con un’espressione fiera e corrucciata, lo ritroviamo su una foto. Bartosz Staszewski l’ha incorniciata per la sua mostra delle città Lgbt-free, la tiene sul pavimento insieme a quelle di altri attivisti che stanno resistendo al bullismo del governo Morawiecki.
Il premier ha accusato Bartosz di aver organizzato una "caccia alle streghe": da anni denuncia le discriminazioni contro la comunità Lgbt+. Siamo andati a trovare il regista nel suo piccolo appartamento di Varsavia, dove si sveglia tutte le mattine con la paura di un’irruzione della polizia. Su una parete c’è una cartina della Polonia piena di bandierine gialle e rosse: «Sono le multe e le cause contro di me. Sono costretto a correre da un tribunale all’altro, in tutto il Paese». È una strategia tipica dell’estrema destra: inondare i nemici di cause, le "Slapp" (Strategic lawsuits against public participation, cause strategiche contro l’impegno pubblico).
Le città "Lgbt-free" che Bartosz è andato a fotografare si sono mobilitate contro di lui, appoggiate dall’Ong estremista Lega contro la diffamazione, considerata vicina al governo. Anche Bartosz, in certi giorni, ha paura a uscire di casa.
«La tv polacca è totalmente controllata dal governo e racconta montagne di bugie su di me: sarei un agitatore anti-polacco, un pericolo pubblico. Ovvio che mi guardo le spalle, quando esco di casa. Di recente uno per strada mi ha urlato: "Sei un bugiardo di merda". Ricevo continue minacce di morte, vado dalla polizia, e non succede nulla. Quando il mio volto appare troppo in tv, tendo a non uscire di casa.
Tonia Mastrobuoni, La Rpubblica 21 marzo