venerdì 16 aprile 2021

I NOSTRI GIOVANI STANNO MALE

L'emergenza dimenticata: la salute mentale dei giovani

Alessio Lerda 
L'Eco delle Valli Valdesi 4/2021

Da circa un anno è diffuso un discorso sugli effetti collaterali che la pandemia e le misure per contenerla avrebbero comportato.
Oltre a quelli relativi all'economia, al lavoro o a vari ambiti della società si è parlato del contraccolpo in ambito psicologico del lockdown e dell’ansia generalizzata, specie parlando dei più giovani. Tutti sembrano d'accordo nell’indicare la salute mentale dei più giovani come elemento di alta preoccupazione, ma, purtroppo, non sembra che a questa considerazione seguano provvedimenti istituzionali: tra i vari piani del governo Draghi è presente l’intenzione di rafforzare l’intero Sistema sanitario, ma non sono emersi particolari dettagli riguardo al settore del- la sanità mentale, né particolare enfasi.
Eppure il problema era ben presente anche prima della pandemia. «Da diversi anni si vede un aumento di giovani presso le strutture che si occupano di sanità mentale», dice Chiara Davico, neuropsichiatra infantile dell’Università di Torino. «Siamo diventati più sensibili e anche più capaci a riconoscere in tempo le situazioni problematiche», spiega ancora. «Non parlo solo degli operatori: stiamo tutti diventando più bravi a riconoscere i casi e anche capaci ad ammettere la presenza di problemi mentali, superando, man mano, uno stigma sul tema. Ora è più “lecito” chiedere aiuto allo psicologo». Ma si nota anche un aumento reale dei casi, al di là della sensibilità, per via di molte problematiche complesse: una società più frammentata, che limita il supporto della rete sociale; un aumento dell'esposizione in rete, per cui molti ragazzi sentono l'esigenza di essere visibili e apprezzati anche su quel fronte. 
A questa crescita e però corrisposto un progressivo
calo di attenzione e soprattutto di finanziamento istituzionale. Le risorse scarseggiano sempre di più e mettono in difficoltà sia gli utenti sia gli operatori, i quali fanno fatica a riconoscere i casi problematici quando la gravità è bassa, perciò spesso ci si ritrova a far fronte al caso già avanzato. Poi, è arrivata la pandemia, che «ha funzionato da detonatore».
Questa non ha comunque portato esiti omogenei. A esempio, nel primo lockdown, molti bambini si sono inizialmente giovati della situazione, potendo passare più tempo del solito con i genitori. Ma questo discorso non vale per le famiglie che vedevano già difficoltà pregresse (genitori soli, problemi economici o di salute, spazi abitativi ristretti, abusi familiari): in queste situazioni, la pandemia ha spesso generato «un incubo». Per molti bambini con disabilità (fisica e mentale) si sono interrotti preziosi percorsi clinici.
In tutti i casi, il prolungamento delle misure restrittive ha poi portato all'accumulo di stanchezza. I bambini delle elementari hanno comunque sofferto meno la situazione, essendo andati di più a scuola. Per gli adolescenti è stato molto peggio: hanno perso quasi del tutto l’aspetto “fisico” della socialità, che, nonostante gli stereotipi su questa generazione, è fondamentale sia per quanto riguarda lo sviluppo personale dei ragazzi sia per la loro serenità immediata. Anche in questo caso, poi, l'impatto si è fatto più pesante sulle situazioni già in difficoltà: chi già prima aveva problemi a socializzare sta ora perdendo un prezioso allenamento.
Per gli adolescenti, si aggiunge poi l’ansia portata dalla mancanza di prospettive, temporali ma anche spaziali.
Gli operatori della sanità mentale si trovano quindi in pesante difficoltà nel far fronte a quella che, «di fatto, è un’emergenza». «I ragazzi che prima stavano male, ora stanno malissimo, e quelli che prima erano in una situazione di disagio, hanno cominciato a stare male. Vediamo disturbi alimentari, tentativi di suicidio, depressione, ansia», ci dice ancora Davico. «Laddove si può, si lavora in telemedicina. Che però ha dei limiti, soprattutto, secondo me, per casi particolarmente gravi, oppure bambini piccoli, bambini con disabilità intellettiva o autismo; poi ritengo che, in generale, non possa essere la prima visita con un ragazzo o bambino. Perciò, nel complesso, si è cercato di tamponare la situazione laddove si riusciva, a fronte di un’insufficienza di personale, risorse, strutture».
Dalla comunità scientifica e di cura arriva quindi la segnalazione di questa grave situazione, perché la politica se ne deve occupare. Proprio come quello che accade nel resto della sanità, l'appello è per investimenti maggiori e duraturi nel settore, a cominciare anche in questo caso, dalle assunzioni.