L'emergenza dimenticata: la salute mentale dei giovani
Alessio Lerda
L'Eco delle Valli Valdesi 4/2021
Da circa un anno è diffuso un discorso sugli effetti collaterali che la pandemia e le misure per contenerla avrebbero comportato.
Oltre
a quelli relativi all'economia, al lavoro o a vari ambiti della società
si è parlato del contraccolpo in ambito psicologico del lockdown e
dell’ansia generalizzata, specie parlando dei più giovani. Tutti
sembrano d'accordo nell’indicare la salute mentale dei più giovani come
elemento di alta preoccupazione, ma, purtroppo, non sembra che a questa
considerazione seguano provvedimenti istituzionali: tra i vari piani del
governo Draghi è presente l’intenzione di rafforzare l’intero Sistema
sanitario, ma non sono emersi particolari dettagli riguardo al settore
del- la sanità mentale, né particolare enfasi.
Eppure
il problema era ben presente anche prima della pandemia. «Da diversi
anni si vede un aumento di giovani presso le strutture che si occupano
di sanità mentale», dice Chiara Davico, neuropsichiatra infantile
dell’Università di Torino. «Siamo diventati più sensibili e anche più
capaci a riconoscere in tempo le situazioni problematiche», spiega
ancora. «Non parlo solo degli operatori: stiamo tutti diventando più
bravi a riconoscere i casi e anche capaci ad ammettere la presenza di
problemi mentali, superando, man mano, uno stigma sul tema. Ora è più
“lecito” chiedere aiuto allo psicologo». Ma si nota anche un aumento
reale dei casi, al di là della sensibilità, per via di molte
problematiche complesse: una società più frammentata, che limita il
supporto della rete sociale; un aumento dell'esposizione in rete, per
cui molti ragazzi sentono l'esigenza di essere visibili e apprezzati
anche su quel fronte.
A questa crescita e però corrisposto un progressivo
calo
di attenzione e soprattutto di finanziamento istituzionale. Le risorse
scarseggiano sempre di più e mettono in difficoltà sia gli utenti sia
gli operatori, i quali fanno fatica a riconoscere i casi problematici
quando la gravità è bassa, perciò spesso ci si ritrova a far fronte al
caso già avanzato. Poi, è arrivata la pandemia, che «ha funzionato da
detonatore».
Questa
non ha comunque portato esiti omogenei. A esempio, nel primo lockdown,
molti bambini si sono inizialmente giovati della situazione, potendo
passare più tempo del solito con i genitori. Ma questo discorso non vale
per le famiglie che vedevano già difficoltà pregresse (genitori soli,
problemi economici o di salute, spazi abitativi ristretti, abusi
familiari): in queste situazioni, la pandemia ha spesso generato «un
incubo». Per molti bambini con disabilità (fisica e mentale) si sono
interrotti preziosi percorsi clinici.
In
tutti i casi, il prolungamento delle misure restrittive ha poi portato
all'accumulo di stanchezza. I bambini delle elementari hanno comunque
sofferto meno la situazione, essendo andati di più a scuola. Per gli
adolescenti è stato molto peggio: hanno perso quasi del tutto l’aspetto
“fisico” della socialità, che, nonostante gli stereotipi su questa
generazione, è fondamentale sia per quanto riguarda lo sviluppo
personale dei ragazzi sia per la loro serenità immediata. Anche in questo
caso, poi, l'impatto si è fatto più pesante sulle situazioni già in
difficoltà: chi già prima aveva problemi a socializzare sta ora perdendo
un prezioso allenamento.
Per gli adolescenti, si aggiunge poi l’ansia portata dalla mancanza di prospettive, temporali ma anche spaziali.
Gli
operatori della sanità mentale si trovano quindi in pesante difficoltà
nel far fronte a quella che, «di fatto, è un’emergenza». «I ragazzi che
prima stavano male, ora stanno malissimo, e quelli che prima erano in
una situazione di disagio, hanno cominciato a stare male. Vediamo
disturbi alimentari, tentativi di suicidio, depressione, ansia», ci dice
ancora Davico. «Laddove si può, si lavora in telemedicina. Che però ha
dei limiti, soprattutto, secondo me, per casi particolarmente gravi,
oppure bambini piccoli, bambini con disabilità intellettiva o autismo;
poi ritengo che, in generale, non possa essere la prima visita con un
ragazzo o bambino. Perciò, nel complesso, si è cercato di tamponare la
situazione laddove si riusciva, a fronte di un’insufficienza di
personale, risorse, strutture».
Dalla
comunità scientifica e di cura arriva quindi la segnalazione di questa
grave situazione, perché la politica se ne deve occupare. Proprio come
quello che accade nel resto della sanità, l'appello è per investimenti
maggiori e duraturi nel settore, a cominciare anche in questo caso,
dalle assunzioni.