I giovani che non vogliono stare in un angolo
La lotta al potere degli adulti
Il presidente degli Stati Uniti ha 78 anni, la presidente della Camera dei Rappresentanti ha appena compiuto 81 anni e il leader della minoranza repubblicana al Senato ha festeggiato il suo 79esimo compleanno. Ognuno di loro è impegnato nella politica istituzionale americana da decine di anni e nessuno sembra intenzionato a farsi da parte.
Molti analisti si chiedono se la prima potenza mondiale non finirà per soccombere ai classici errori delle gerontocrazie, per quanto si cerchi di rinnovare con sangue fresco, per così dire, certi incarichi nell’Amministrazione.
Una caratteristica comune alle varie crisi che oggi minacciano la stabilità delle democrazie è l’aumento insopportabile delle disuguaglianze sociali e il modo in cui esse colpiscono i membri più giovani della società. Il concetto di storia come accumulazione di progresso è in discussione. Nella maggior parte dei Paesi sviluppati è convinzione comune che le nuove generazioni vivranno peggio di quelle dei loro genitori e nonni. La disoccupazione giovanile raddoppia e addirittura triplica la media, e nelle società dell’Europa meridionale è ormai normale che i figli non lascino la casa di famiglia fino a oltre i trent’anni, date le difficoltà che hanno nel comprare o affittare una casa.
La dialettica tra generazioni ha accompagnato l’umanità dall’inizio dei tempi. Non c’è pensatore, intellettuale o scrittore che non ci abbia lasciato in eredità frasi ingegnose e illuminanti a questo proposito. Dall’ingenua affermazione che la gioventù è uno stato d’animo, all’incantevole cinismo di Oscar Wilde quando commentava che non era così giovane da sapere tutto. Ma citazioni letterarie a parte, molti si chiedono se nelle proteste di Hong Kong, Barcellona, Cile o Nicaragua non si annidino i germi di una rivoluzione contro il potere maturo. Insomma, se la mancanza di aspettative delle nuove generazioni non sia il motivo principale dei movimenti contro l’establishment, qualunque sia la loro natura.
Gli attivisti di sinistra teorizzano le rivolte giovanili come un segno ripetitivo d’identità dei tempi. Il potere adulto e il patriarcato sono, secondo loro, i garanti di un sistema oppressivo costruito dal capitalismo sulle basi dell’educazione, della proprietà privata e della famiglia. La precarietà del lavoro, la mancanza di orizzonti personali e la criminalizzazione di molti comportamenti giovanili sono indicate come metodi repressivi utilizzati per garantire la continuità del potere. Alcuni paragonano le attuali mobilitazioni alla rivoluzione del maggio ’68. Ma mentre questa era animata da una sorta di edonismo libertario, permissivo e trasgressivo, contro ogni divieto, le attuali proteste chiedono più protezione sociale dallo Stato e denunciano il liberalismo e i suoi eccessi. Il maggio parigino fu una rivoluzione della speranza, creativa e sognatrice; le proteste di oggi rispondono allo scoraggiamento e all’amarezza di fronte al futuro. Per questo, paradossalmente, mentre si combattono e si condannano le politiche dell’odio, diventa ogni giorno più evidente il ritorno alla pratica della violenza.
La pandemia ha contribuito a modificare ulteriormente i comportamenti. La persecuzione da parte della polizia dei giovani che organizzano feste contrasta con gli elogi ufficiali a coloro che aiutano gli anziani ad affrontare meglio le attuali circostanze. In generale, si è sentita la mancanza di politiche specifiche di sostegno ai giovani, che hanno subito gli effetti socio-economici della malattia in modo più acuto e grave rispetto alla generazione dei loro genitori. La perplessità della rete educativa, incapace di adottare una politica coerente e comunemente accettata riguardo all’insegnamento in presenza o telematico; le contraddizioni che hanno permesso l’organizzazione di concerti mentre si vietavano gli incontri familiari tra nonni e nipoti; l’accusa universale che questi siano stati i principali propagatori del contagio; le difficoltà di socializzazione tra gli adolescenti a causa della diffusione dell’epidemia sono, tra le tante, alcune delle cause che spingono a sfidare un mondo bollato come obsoleto e ingiusto. La presenza schiacciante di persone sotto i trent’anni sui social network contribuisce a enfatizzare la protesta, che è globale, generazionale e senza altro sbocco prevedibile se non il rovesciamento di ciò che è vecchio: il potere adulto.
La rivolta delle generazioni è vitale, non ideologica. Sul terreno del capitalismo neoliberale i più attivi sono gli antifascisti, gli anarchici e i radicali di sinistra. A Cuba, in Nicaragua, in Venezuela o a Hong Kong, invece, chiedono le libertà represse dall’autoritarismo. Gli influencer sostituiscono gli intellettuali, la cultura non è più letteraria ma audiovisiva e i valori sono sostituiti dalle mode. Un rapper mobilita migliaia di adolescenti a Barcellona e in altre città della Spagna per chiedere la libertà di espressione. Allo stesso tempo, questa si vede forzata dalle pressioni di MeeToo e da certe correnti del femminismo in voga. Non hanno torto in molte delle loro rivendicazioni, ma piuttosto nel loro discorso sul metodo. La lotta contro il potere adulto, del resto, è appena iniziata. In un mondo in cui l’aspettativa di vita si allunga, la società del benessere riesce a malapena a proteggere i suoi anziani, e una minoranza sociale di giovani tecnologici diventa milionaria prima di compiere trent’anni, mentre la disoccupazione, e la rabbia non sempre contenuta, dilagano tra i loro coetanei.
Juan Luis Cebrian, La Repubblica 27 marzo