"Odio razziale" l'incendio al campo rom inammissibili i ricorsi degli imputati
Anche per la Cassazione fu un gesto dettato dall'odio razziale l'incendio appiccato a Torino al campo nomadi di strada Druento nel 2011, dopo che si era diffusa la notizia falsa che un rom avesse violentato una ragazzina del quartiere Vallette. Lei si era inventata tutto, per coprire una scappatella con il fidanzato. Ma quella bugia, concordata con il fratello, fu una scintilla che fece presa, come un fiammifero su un mucchio di foglie secche, sul fastidio che molti del quartiere provavano per gli zingari del campo della Continassa, all'estrema periferia di Torino, nella zona dove la Juventus avrebbe costruito in seguito il suo centro di allenamento. Così in quattro e quattr'otto si organizzò spontaneamente una manifestazione di protesta che con il volantino "Adesso basta. Ripuliamo la Continassa» chiamò a raccolta mondi diversi, dai ragazzini minorenni a concittadini più attempati, passando per alcuni ultras che vivono nel quartiere. Nonostante alcuni sapessero che la ragazzina non aveva subito alcuna violenza, la manifestazione non fu fermata e al grido «Bruciamoli tutti» vennero appiccate le fiamme in diversi punti del campo, a baracche e roulotte. Poi alcuni manifestanti si piazzarono sulla strada per impedire ai mezzi dei vigili del fuoco di spegnere il rogo. Le fiamme divorarono tutto, mentre le famiglie rom cercavano la fuga lasciandosi alle spalle solo cenere. Non furono molti quelli che chiesero giustizia: i più cercarono riparo altrove, ma quattro decisero di partecipare al processo, costituendosi parte civile assieme al Comune di Torino e diverse associazioni: Iea Rom, Asgi ed European Roma rights centre foundation. «Dopo dieci anni, confermando la gravità dei fatti, la Cassazione scrive la parola fine per una delle vicende più gravi che abbiamo mai toccato la città di Torino. Fu un vero e proprio pogrom», ha detto l'avvocato Gian Luca Vitale, che assisteva una donna che, con la figlioletta di un anno, si nascose tra i rovi per sfuggire al raid.
Dei sette imputati andati a processo in primo grado, due furono assolti e un altro non fece appello. I quattro rimasti a giudizio - il più giovane ha oggi 29 anni, il più anziano 68 - furono condannati dalla corte d'appello di Torino nel 2018 a pene tra i 2 e i4 anni di reclusione (inferiori a quelle stabilite in primo grado). Per ultimo hanno provato la carta della Cassazione, che però oggi ha ritenuto inammissibili i loro ricorsi, rendendo definitive quelle condanne.
I giudici torinesi avevano accolto l'impostazione della procura che aveva riconosciuto che per chi aveva appiccato il fuoco in più punti a baracche, roulotte e suppellettili andava riconosciuta «l'aggravante di aver commesso il fatto su edifici abitati e per finalità di discriminazione e odio etnico», ora confermata dalla Suprema Corte.
Federica Cravero
la Repubblica 20 marzo