Destra medievale sull'omofobia
Oggi
non ho voglia di indignarmi. L'ho fatto già troppe volte, e non è
servito a nulla. Oggi vorrei semplicemente provare a fare un po'
d'ordine, nominare in maniera precisa le questioni in gioco, e
ricordare il significato di alcuni concetti.
Di cosa parla esattamente la legge contro l'omotransfobia bloccata dalla Lega?
Semplice: parla di tutte coloro e tutti coloro che vengono insultati, aggrediti e odiati solo in ragione del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere, provando a restituire loro un po' di dignità proteggendoli dalle violenze verbali e fisiche.
Ma allora non si potrà più essere liberi di avere opinioni diverse e di esprimerle? Si starà magari chiedendo qualcuno dopo aver letto le dichiarazioni del senatore Pillon. Anche in questo caso, però, la risposta è semplice: la libertà di espressione, con questa legge, non c'entra niente. Tutti possiamo (e dobbiamo) poterci esprimere.
Ma un conto è enunciare un'idea, altro conto è insultare, ossia utilizzare parole violente che fanno male, almeno tanto quanto alcuni gesti. Calcolando che la violenza inizia sempre in sordina, nascondendosi dietro le offese e gli insulti, prima di esplodere e trasformarsi in pugni, calci, colpi, bastonate e tagli.
Il linguaggio ha una proprietà di cui forse non sono tutti al corrente, ma che è costitutiva del linguaggio stesso: la performatività.
Quando si parla, molto spesso, non si stanno solo pronunciando parole, ma si sta anche agendo. Come quando si promette qualcosa a qualcuno e, nel momento stesso in cui si dice "ti prometto di fare x", ci si sta impegnando a compiere quell'azione e si sta quindi dando il diritto, a colui che riceve la promessa, di chiederci conto del nostro comportamento se non siamo stati capaci di rispettare la parola data. Ebbene, nel caso del discorso dell'odio, ciò che si sta facendo mentre si parla è esercitare violenza. Cosa si potrebbe d'altronde rispondere a chi, fermandoci per la strada, ci dovesse urlare "lesbica di merda" o "troia" o "frocio del cazzo"? Frasi che non sono solo volgari e prive di rispetto, ma che, in base alla performatività specifica dell'insulto, fanno anche male a chi le riceve in pieno viso.
Cosa si potrebbe mai ribattere a offese di questo tipo? "Non sono d'accordo con te?" Oppure: "Spiegami con calma il tuo punto di vista?" Anche un bambino capirebbe che non ci sono alternative: o si tace (e si inghiottono lacrime e saliva) oppure si reagisce con altrettanta violenza. Un insulto è come uno schiaffo. Cui, spesso, seguono pugni e calci. Anche semplicemente perché la violenza si autoalimenta. Sebbene l'unica colpa delle persone insultate sia quella di essere gay, lesbiche, donne, trans.
Sono sicura che chiunque abbia letto fin qui avrà non solo capito la differenza che esiste tra espressione e insulto, ma anche intuito quanto futile e pretestuoso sia l'argomento della libertà di espressione utilizzato per bloccare la legge – per il momento gli unici privati della libertà di essere se stessi sono i gay, le lesbiche e le persone trans. Sono altresì certa che chiunque avrà compreso che, nella legge Zan, non si parla né di famiglia né di bambini né di fecondazione artificiale né di gestazione per altri, come ha preteso Pillon – purtroppo, avrei voglia di aggiungere, visto che ci sono ancora tutti i bambini delle famiglie arcobaleno a non essere giuridicamente tutelati.
Mi permetto quindi di suggerire al senatore Pillon (e ai suoi colleghi e alle sue colleghe della Lega, di Fratelli d'Italia e di Forza Italia) di "restare sul pezzo", e di ammettere l'urgenza di questa legge contro l'omotransfobia.
Perché è una priorità dare piena cittadinanza a tutti e tutte e non tollerare più che certe persone siano insultate e picchiate da altre solo perché diverse da loro. Tanto nessuno ha scelto nulla. Pillon non ha certo scelto di essere maschio, uomo ed eterosessuale.
Esattamente come un gay non ha scelto di essere maschio, uomo e omosessuale, e una persona trans non ha scelto di essere maschio e donna o femmina e uomo. Sarebbe auspicabile che i senatori della Lega, di Forza Italia o di Fratelli d'Italia se ne facessero una ragione e accettassero le differenze che ci caratterizzano tutti e tutte. Se imparassero ad accogliere l'alterità propria e altrui, forse anche la loro vita sarebbe più ricca e più serena.
Michela Marzano, La Stampa, 1 aprile