Erdogan si prepara a riempire anche il vuoto in Afghanistan
Domani
Futura D'Aprile
27 aprile 2021
Il
ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan dopo vent’anni lascerà un
vuoto di potere che altre potenze sono pronte a riempire. Nei colloqui
di pace che riprenderanno a Istanbul dopo la fine del Ramadan la Turchia
vuole giocare un ruolo determinante in una regione su cui vanta una
storica influenza.
I primi colloqui di
pace si sono svolti a settembre del 2020 a Doha, in Qatar, mentre i
prossimi, previsti dopo la fine del mese sacro del Ramadan, si terranno a
Istanbul, in Turchia.
Il governo turco
riscuote successo sia tra i talebani, sia tra l’Alleanza del nord, da
cui ha origine l’attuale governo di Kabul.
Il
ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan entro l’11 settembre, venti
anni dopo l’attentato alle Torri gemelle, lascerà un vuoto di potere che
altre forze si affretteranno a occupare. A livello interno ciò che si
teme maggiormente è il ritorno al potere dei talebani, quegli stessi
combattenti identificati per anni dagli Stati Uniti come terroristi e
invitati adesso ai tavoli dei negoziati per la ricostruzione politica di
un paese che hanno contribuito a distruggere. Ma proprio i colloqui di
pace saranno importanti non solo per stabilire che tipo di governo si
insedierà a Kabul e quanto peso avrà la religione nel futuro assetto
socio-politico dell’Afghanistan, ma anche per capire quali potenze
straniere riusciranno a imporre i propri interessi nell’era
post-bellica, prendendo il posto degli Stati Uniti.
Ecco
allora che lo sdoppiamento della sede degli incontri tra i talebani e
il governo di Kabul, guidato dal presidente Ashraf Ghani, assume una
certa rilevanza. I primi colloqui di pace si sono svolti a settembre del
2020 a Doha, in Qatar, mentre i prossimi, previsti dopo la fine del
mese sacro del Ramadan, si terranno a Istanbul, in Turchia. L’entrata in
scena di Ankara nella questione afghana risale ufficialmente a marzo,
ma il paese anatolico vanta da tempo forti legami con i diversi attori
attivi nel paese asiatico e ha di recente celebrato cento anni di
relazioni diplomatiche con Kabul. L’Afghanistan era in buoni rapporti
già con l’Impero ottomano ed è stato il secondo paese a riconoscere nel
1921 quella che sarebbe diventata la Repubblica di Turchia con un
trattato di amicizia.
Nello specifico, il governo turco riscuote
successo sia tra i talebani, sia tra l’Alleanza del nord, da cui ha
origine l’attuale governo di Kabul, e può contare anche su buoni
rapporti con le tribù capeggiate dal presidente Ghani, dall’ex capo di
stato Hamid Karzai e da Abdullah Abdullah, capo del Consiglio nazionale
per la riconciliazione, nonché con la componente uzbeka di origine
turchica guidata dall’ex vicepresidente Rashid Dostum. Quest’ultimo ha
anche trascorso un periodo di esilio in Turchia, dopo essere stato
accusato di aver ordinato il rapimento e l’aggressione di un suo rivale
politico, ed è considerato particolarmente vicino ad Ankara e agli
interessi turchi.
Ma oltre ai legami con
le diverse fazioni politiche, la Turchia può anche contare sulla
presenza in Afghanistan delle sue truppe fin dal 2001 all’interno della
missione Nato international security assistance force prima e della
Resolute support poi. A spingere la Turchia a proseguire con la missione
Nato sono stati gli attentati che nel novembre 2003 colpirono Istanbul e
attribuiti ad al Qaida, i cui legami con i talebani sono all’origine
della stessa invasione americana dell’Afghanistan. L’invio di truppe in
un paese musulmano aveva inizialmente causato dei problemi di immagine
al governo turco, soprattutto a livello interno, ma Ankara è stata ben
attenta al ruolo che le sue forze avrebbero ricoperto: nonostante le
pressioni statunitensi, i soldati turchi si sono occupati di
addestramento e protezione, evitando così lo scontro con le fazioni
avverse al governo di Kabul.
A giocare
in favore della Turchia nella questione afghana sono anche i rapporti
con il Pakistan e il ruolo di mediatore svolto tra Kabul e Islamabad.
Ankara ha dato vita nel 2007 al cosiddetto Processo di Istanbul, facendo
sedere allo stesso tavolo le due parti e invitandole a discutere dei
problemi legati ai rifugiati, alla definizione della linea Durand per la
delimitazione del confine tra Pakistan e Afghanistan, e al terrorismo.
Ma a legare Islamabad e Ankara sono anche i rapporti commerciali,
principalmente nel settore militare, nonché il sostegno offerto da
Erdogan al Pakistan nella sua rivendicazione del Kashmir, territorio a
maggioranza musulmana conteso con l’India.
IL RAPPORTO COI TALEBANI
I
legami con il Pakistan giocano a favore della Turchia anche nel suo
rapporto con i talebani, quest’ultimo basato anche sul ruolo sempre più
centrale che il presidente turco sta giocando all’interno della comunità
islamica.
Erdogan cerca da tempo di sottrarre all’Arabia Saudita la
veste di leader del mondo musulmano, ponendosi quale difensore ultimo
delle istanze dei fedeli islamici nel mondo. D’altronde la comune
appartenenza religiosa è una delle leve della dottrina del
neo-ottomanesimo, diventata la base della politica estera dell’Akp e del
presidente Erdogan. Obiettivo ultimo è la trasformazione della Turchia
da stato di periferia ad attore centrale nella definizione delle
dinamiche regionali grazie anche al ruolo di mediatore tra oriente e
occidente. Un ruolo che gli stessi Stati Uniti sembrano aver affidato ad
Erdogan nella questione afghana, dato che la proposta di tenere dei
colloqui di pace anche ad Istanbul è giunta proprio dal nuovo segretario
di Stato americano, Antony Blinken.
Grazie
al suo coinvolgimento nel processo di pace afghano, Erdogan può quindi
aumentare la propria influenza in Asia centrale e dimostrarsi ancora una
volta un utile alleato per gli Stati Uniti e la Nato. Come già successo
in Ucraina e in Libia, quindi, la Turchia potrebbe ora ricoprire un
ruolo importante anche in Afghanistan, rendendo così sempre più
indispensabile il dialogo e la cooperazione tra l’occidente e un
presidente che Mario Draghi ha definito un «dittatore».
Un dato che
dovrebbe far riflettere sulla legittimazione che Erdogan continua a
ricevere da quegli attori internazionali che pur criticandone le
politiche repressive adottate in patria e le velleità in politica estera
sono disposte a sfruttarne la capacità di intervento in conflitti in
cui non vogliono più essere invischiati.