giovedì 13 maggio 2021

L'UNICA STRADA: UN SOLO POPOLO E TUTTI CON GLI STESSI DIRITTI

Grossman "A rischio il fragile equilibrio di Israele così perdiamo tutti" 

di Francesca Caferri

La Repubblica13/5

Ansia. Delusione. Amarezza. E anche paura: c’è tutto questo nella voce di David Grossman, uno dei maggiori scrittori israeliani contemporanei, quando risponde al telefono dalla sua casa non lontano da Gerusalemme.

«Abbiamo avuto quattro esplosioni abbastanza vicine da sentirle con chiarezza. Vicinissime a luoghi dove ci sono mio figlio, mia nipote, alcuni amici. Ho 67 anni e ho vissuto diverse situazioni estreme: ma questa è una delle peggiori».

Grossman, lei è un attento osservatore della realtà del suo Paese: riesce a spiegarci come ha fatto la situazione a precipitare tanto in fretta?

«Se guarda alle operazioni militari a cui abbiamo assistito dal 2006 ad oggi, sono tutte nate in fretta. È un accumularsi di minacce, rabbia, frustrazione: a un certo punto scoppia e ci troviamo improvvisamente nel mezzo di un’operazione militare. O di una vera guerra. La spiegazione è logica, ma non basta per smettere di chiedersi come sia possibile che dopo tutti questi anni siamo ancora prigionieri di questo circolo vizioso, senza che si intraveda una via d’uscita».

Questa volta però c’è un elemento diverso: gli scontri fra cittadini arabi israeliani e cittadini ebrei israeliani sono a un livello mai raggiunto prima.

«È una situazione estremamente pericolosa: quando parliamo di arabi israeliani, parliamo di un quinto della popolazione israeliana. Persone che sulla carta hanno tutti i diritti, ma che nella realtà si vedono negate moltissime cose: basti pensare alla legge che dichiara Israele Stato nazione degli ebrei e che fa degli arabi quasi cittadini di serie B. O al bilancio dello Stato, che non stanzia mai per queste comunità fondi sufficienti per combattere criminalità e violenza: magari perché fa comodo a molti che la comunità araba sia afflitta da questi problemi. E poi ci sono eventi come la marcia che celebra il Giorno di Gerusalemme, in cui i partecipanti danzano con bandiere di Israele dentro la Città vecchia: è come se facessimo qualunque cosa possibile per provocare i palestinesi e dimostrare loro quanto siamo forti noi e quanto sono deboli loro.

Lunedì scorso Benjamin Netanyahu ha ordinato di cancellare la marcia solo all’ultimo minuto: ma l’incendio era già acceso e le scintille si sono diffuse.

Hamas le ha colte come pretesto per dichiararsi protettore di Gerusalemme e ha appiccato il fuoco. È una violenza orribile quella di cui mi chiede perché spezza ogni idea di coesistenza, il sottile filo che si era creato negli anni e che faceva pensare che gradualmente saremmo riusciti a vivere l’uno accanto all’altro. Per la prima volta dopo le ultime elezioni un partito arabo era nella posizione di poter influenzare la scelta su chi sarebbe stato primo ministro. Un segnale importante, ma non è bastato».

Perché? In fondo, il successo del partito islamista Raam è stato il vero elemento di novità dell’ultimo voto...

«Dobbiamo guardare al fenomeno globale. E il fenomeno globale ci dice che, dopo 73 anni dalla creazione dello Stato di Israele, la maggioranza ebraica ha generosamente concesso a un partito arabo-israeliano di giocare un ruolo nella costituzione di una coalizione. È una cosa ridicola: ci abbiamo messo 73 anni a legittimare i nostri concittadini. E non è neanche una posizione condivisa da tutti: quante volte in questi mesi abbiamo sentito le parole: "Mai con l’appoggio degli arabi". Ora chiunque abbia aperto alla possibilità di collaborare con loro è accusato di essere un traditore».

Questa posizione però è il risultato anche di anni di assenza di dibattito pubblico: la soluzione dei due Stati è tramontata, ma al suo posto non si è affermata un’idea alternativa. Il dibattito fra i due lati si è fermato, è come se anche chi come lei per anni ha parlato di pace avesse perso la speranza: è così?

«Abbiamo parlato per decenni con i palestinesi e non siamo arrivati da nessuna parte. Chi per anni ha sostenuto il dialogo è stato delegittimato dall’assenza di risultati e oggi è visto come una sorta di traditore. Da entrambi i lati, crescono solo gli elementi più violenti ed estremisti. Si nutrono l’uno dell’altro: ogni volta che c’è un conflitto lo usano per legittimare le loro posizioni estremiste».

Ha visto tante crisi simili, come crede che finirà questa?

«Per esaurimento, come sempre.

Uno dei due lati a un certo punto non ce la farà più e inizierà una mediazione: bisognerà solo vedere quante persone moriranno nel frattempo. In una situazione che sarebbe potuto essere prevenuta».

All’inizio di questa intervista, lei ha parlato di paura: vorrei chiudere chiedendole qual è oggi la sua paura maggiore.

«È facile risponderle. Vedo il fragile equilibrio su cui si basa la società israeliana a rischio oggi: e so che se non riusciremo ad arrivare a uno Stato in cui le due comunità si sentiranno a casa, perfettamente uguali, e potranno contare sul fatto che le loro vite hanno lo stesso peso sulla bilancia, avremo perso tutti.

Solo se la minoranza araboisraeliana si sentirà protetta e la maggioranza di religione ebraica non minacciata, ci sarà la possibilità di creare qualcosa di valore e si ridurrà lo spazio per la violenza. Da entrambe le parti. È il mio sogno, la mia speranza, e oggi il mio timore maggiore è che si spezzi».