Dai patriarchi a Woody: come ridere con Dio
Anticipiamo
stralci della prefazione di Moni Ovadia al saggio di Marc-alain
Ouaknin “E Dio rise” (Pienogiorno).
L’umorismo ebraico è, a mio parere, una delle più alte manifestazioni della mente umana che si erge contro le derive della violenza, della stupidità, del pregiudizio. Per essere esercitata nella pienezza delle proprie prerogative, questa capacità richiede all’umorista di saperlo usare anche nei confronti di se stessi, anzi, soprattutto nei confronti di se stessi! Sorta di filosofia del paradosso, il witz ebraico è eminentemente autodelatorio, prende di mira soprattutto gli ebrei, i loro vizi, gli aspetti assurdi e un po’ deliranti della loro fede e in generale gli spasimi di un popolo braccato alla ricerca della propria identità da quattro millenni. In questo quadro, l’assillo umoristico degli ebrei cerca di disarmare l’antisemita, rivelandogli i tratti ridicoli del proprio odio e suggerendogli di guardarsi allo specchio per beneficiare anch’egli della propria goffaggine. L’umorismo non è solo una risorsa preziosissima e delicata, ma è garanzia di una spiritualità pacifica, refrattaria ai manicheismi, aperta ad accogliere contraddizioni e paradossi. Per questo il Talmud ha accolto nella sua letteratura midrashica, dove l’ermeneutica incontra il sublime poetico, un midrash conosciuto con il titolo Dio ride.
QUELLA UMORISTICA è un’autentica Weltanschauung che ha permesso al monoteismo ebraico di dare l’avvio a un progetto di liberazione dell’essere umano contro l’antagonista più tenace della libertà: l’idolatria. Essa chiede all’uomo di sottomettersi alla materia e, per mezzo di tale sottomissione, arrendersi al potere che pretende di dominare i processi materiali e di ridurre anche l’umanità a tali processi.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di quell’umorismo perché l’idolatria, nella sua forma apparentemente razionale del mercato e del denaro, è divenuta più forte e seduttiva e, al contempo, insensata e perversa: mercifica e rende depravate le relazioni fra uomo e uomo, fra uomo e donna, fra padri e figli, fra cittadini e Stato, fra individuo e collettività, fra maggioranze e minoranze, fra ricchi e poveri, fra appartenenza e alterità. La nostra società è ormai priva dello strumento umoristico che le permetta di cogliere il tratto ridicolo del modello di vita che propone. Molti sono i critici di questa miopia che dà luogo a un’indegna deriva del senso, ma non sembra esservi all’orizzonte un nuovo Abramo che spezzi il giogo dell’idolatria in cui siamo ricaduti.
La spasmodica attenzione nei confronti dell’umorismo ebraico è, verosimilmente, dovuta in gran parte allo choc provocato dall’olocausto, ma anche all’imprescindibile influenza della cultura ebraica su quelle nordamericana ed europea...
Lo stereotipo che ha accompagnato l’ebreo nell’occidente civilizzato lo voleva eccellere in tutto ciò che atteneva alla sfera del danaro – il luogo comune resiste ancora – ma la vera eccellenza ebraica, appena le è stato consentito di esprimersi, si è manifestata in tutte le forme della cultura e del sapere. Negli Stati Uniti l’intera temperie culturale del Novecento è stata fortemente influenzata dalla minoranza ebraica in generale, ma per ciò che attiene al mondo dello spettacolo – e ancor di più a tutte le forme del comico e dell’umoristico – la vastità della presenza ebraica ha dell’inverosimile e persino del miracoloso. La popolazione ebraica statunitense non ha mai superato la percentuale del 3 per cento, i comici professionisti sono ebrei all’80 per cento. Non è un caso che i più straordinari artisti comici dello show business a me r ic an o siano stati – e sono tuttora – in massima parte degli ebrei: dai Fratelli Marx a Danny Kaye, Jerry Lewis, Lenny Bruce, Mel Brooks, Gene Wilder, Woody Allen, Billy Cristal, solo per citarne alcuni. Il comico ebreo viene da una tradizione radicata nella cultura ebraica orientale, quella del badkhen, il buffone delle corti rabbiniche, grande sbeffeggiatore e dissacratore molto ambìto nelle feste rituali e ai matrimoni, dove lanciava i suoi strali comici contro sposi, amici, parenti, rabbini, profeti e patriarchi, non si fermava nemmeno davanti all’onnipotente… Molti intellettuali, scrittori e pensatori hanno mostrato grande interesse nelle forme dell’umorismo e del comico, per esempio il prodigioso Umberto Eco... Ho trascorso con lui serate memorabili in cui ci scambiavamo fiumi di witz yiddish e barzellette di ogni sorta. Lui era un vulcano in eruzione, ne conosceva migliaia.
In questo volume, il lettore troverà un repertorio composito e ricco della storiella yiddish ed ebraica declinato in tutte le sue varianti... Marc-alain Ouaknin è un rabbino, un commentatore delle scritture, un brillante divulgatore ed ermeneuta di vaglia, che mette in relazione umorismo e pensiero ebraico mostrandone una reciproca attrazione fatale. L’opera proviene da una scelta tratta da due ponderosi volumi che non a caso si intitolano nell’originale La Bible de l’humour juif, senz’altro una delle più ricche raccolte mai pubblicate. Nel corso degli ultimi quarant’anni ho indagato a lungo il tema, ricevendo in cambio vita e ammaestramento filosofico e identitario, e personalmente credo di conoscere la maggior parte dei repertori dell’umorismo ebraico e yiddish e dei saggi al riguardo, ma ciò non mi impedisce di invidiare chi si affaccia su questo mondo così irresistibilmente umano.
Moni Ovadia, Il Fatto Quotidiano, 15 giugno