A CHI RISPONDE DRAGHI
La
libertà irresponsabile dei leader non
politici
GIANFRANCO
PASQUINO
accademico
dei lincei
Stabilire
il tasso di tecnicità e di politicità del governo Draghi può
essere un esercizio interessante se seguito da una riflessione su
quello che verrà. Finita quasi per miracolo
la stupidissima
diatriba, nella quale si sono distinti (sic) giornalisti e
commentatori del Corriere della Sera sui governi non eletti dal
popolo, potremmo decidere di usare qualche misurazione convincente
dei governi non guidati da un politico. Il manuale Cencelli, basato
sull'importanza di ciascun ministero, rimane una guida utile.
A occhio mi sembra che la tecnicità del governo Draghi prevale di pochissimo sulla sua politicità e unicamente grazie al peso giustamente ragguardevole della presidenza del Consiglio. I numeri contano, ma bisogna saperli contare. Tuttavia, anche le percezioni e le impressioni contano, eccome.
Non
c’è dubbio che, all'estero, sono la storia professionale e il
prestigio di Draghi che sovrastano qualsiasi altro criterio e che
consentono ai politici e agli operatori dei media europei e Usa di
vedere in Draghi colui che ha messo da parte i litigiosi partiti e
persegue una politica credibile a livello
europeo.
Il punto della sospensione della politica, addirittura della democrazia, in Italia è stato sollevato tanto con apprezzamento quanto con preoccupazione. Detto che la
democrazia costituzionale non ha subìto nessuna ferita poiché il governo ha tutta la legittimità della fiducia del parlamento, che i partiti svolgano un ruolo secondario è visto con favore da moltissimi italiani.
Ricordo che in tutte le statistiche i partiti vengono valutati positivamente dal 6/8 per cento degli italiani. Che il governo Draghi costituisca una utile parentesi affinché i partiti italiani si riformino e diano vita ad un nuovo, migliore sistema dei partiti pare finora un’illusione. Nel frattempo, i partiti stanno cercando i modi migliori per rimanere a galla e per avere qualche visibilità su politiche che, talvolta, non condividono, ma che non hanno saputo contrastare proponendo alternative praticabili.
Draghi procede imperterrito sostenendo alcuni suoi ministri
tecnici anche quando ci sarebbe molto da discutere e migliorare. La giustizia è proprio una delle tematiche discutibili e migliorabili. Qui si situa il problema. Non importa in che modo un presidente del Consiglio viene nominato e un governo viene formato.
Il parlamento mantiene tutti i suoi poteri e, nella misura in cui ne è capace, può esercitarli. Il vero problema dei governi guidati da uomini (e, eventualmente, donne) non politici è che possono agire senza dovere rendere conto a nessuno. Essendo molto improbabile (e sconsigliabile) che Draghi costituisca una sua lista e si candidi alle elezioni, il suo agire è tecnicamente e politicamente irresponsabile. Democrazia è rendere conto da parte dei governanti ai cittadini di quello che si è fatto, non fatto, fatto male per ottenere un altro
mandato.
Questa accountability obbliga i governanti a prestare attenzione alle preferenze e alle esigenze dei cittadini, non necessariamente per soddisfarle tutte senza
discussioni, anche per cambiarle. Altrimenti, il rischio è che molti settori di opinione pubblica accettino che qualcuno decida per loro, senza controlli e rendiconti. Irresponsabilmente.
Domani 25 luglio