Perché la razza non esiste
di Marino Niola
La Repubbblica 4/8
Al mondo non ci sono che due razze, quella di chi ha e quella di chi non ha.
Sono parole che Cervantes nel Don Chisciotte ,
mette in bocca alla nonna di Sancho Panza per riassumere i fondamentali della condizione umana. Siamo nel 1605, al tempo delle colonizzazioni e delle scoperte geografiche, e fra le persone veramente intelligenti il concetto di razza è già obsoleto, un vecchio arnese del pensiero.
mette in bocca alla nonna di Sancho Panza per riassumere i fondamentali della condizione umana. Siamo nel 1605, al tempo delle colonizzazioni e delle scoperte geografiche, e fra le persone veramente intelligenti il concetto di razza è già obsoleto, un vecchio arnese del pensiero.
Buono
solo per chi vuol farne un uso contundente. Ieri come oggi.
Una “parola malata”, l’ha definita il direttore di questo giornale nel suo editoriale del 30 luglio scorso, proponendo opportunamente di cancellarla dal lessico delle istituzioni. Anche per neutralizzare la tossicità allo stato inerziale che si trova al fondo di questo vocabolo maledetto.
Perfino quando viene usato con le migliori intenzioni, come nell’articolo 3 della nostra Costituzione. Dove il termine viene impugnato dai Padri Costituenti come antidoto esplicito contro quella viralità, quella infezione che aveva ammalato le coscienze al tempo delle leggi razziali. O, meglio, razziste. Come una zavorra della storia, una patologia del linguaggio in grado di resistere agli anticorpi della civiltà e della conoscenza. Che siano le evidenze della ragione. O che siano le certe dimostrazioni della scienza.
Che ha un bell’affannarsi a scodellare prove che la razza non spiega un bel niente delle differenze tra gli uomini. Che i nostri comportamenti non sono un prodotto di madre natura ma di madre cultura. Perché gusti e tendenze, passioni e vocazioni, consuetudini e attitudini, eredità e identità sono il risultato dell’ambiente in cui viviamo, dell’educazione che riceviamo, delle influenze che subiamo, delle esperienze che facciamo. E di quello che ciascuno di noi sceglie di essere.
Etichettare e trattare gli altri come inferiori, peggiori, traditori, malfattori e “meno umani” di noi, è un atteggiamento che si ripete.
Una “parola malata”, l’ha definita il direttore di questo giornale nel suo editoriale del 30 luglio scorso, proponendo opportunamente di cancellarla dal lessico delle istituzioni. Anche per neutralizzare la tossicità allo stato inerziale che si trova al fondo di questo vocabolo maledetto.
Perfino quando viene usato con le migliori intenzioni, come nell’articolo 3 della nostra Costituzione. Dove il termine viene impugnato dai Padri Costituenti come antidoto esplicito contro quella viralità, quella infezione che aveva ammalato le coscienze al tempo delle leggi razziali. O, meglio, razziste. Come una zavorra della storia, una patologia del linguaggio in grado di resistere agli anticorpi della civiltà e della conoscenza. Che siano le evidenze della ragione. O che siano le certe dimostrazioni della scienza.
Che ha un bell’affannarsi a scodellare prove che la razza non spiega un bel niente delle differenze tra gli uomini. Che i nostri comportamenti non sono un prodotto di madre natura ma di madre cultura. Perché gusti e tendenze, passioni e vocazioni, consuetudini e attitudini, eredità e identità sono il risultato dell’ambiente in cui viviamo, dell’educazione che riceviamo, delle influenze che subiamo, delle esperienze che facciamo. E di quello che ciascuno di noi sceglie di essere.
Etichettare e trattare gli altri come inferiori, peggiori, traditori, malfattori e “meno umani” di noi, è un atteggiamento che si ripete.
Al quale il
francese Joseph Arthur Gobineau, nel 1853 offre una sponda teorica
pubblicando il Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane , vera
bibbia del razzismo. Che applica ai popoli e alle società un termine in
precedenza usato solo per le razze animali. La “parola malata” infatti
deriva dal francese medievale haraz , riferito agli allevamenti degli
stalloni da riproduzione. Un’etimologia “bestiale”, che applicata agli
umani finisce per produrre una de-umanizzazione della persona.
In realtà la questione di fondo resta l’enorme sproporzione tra l’assoluta inconsistenza scientifica della nozione di razza e la sua straordinaria capacità di resistenza storica e politica.
In realtà la questione di fondo resta l’enorme sproporzione tra l’assoluta inconsistenza scientifica della nozione di razza e la sua straordinaria capacità di resistenza storica e politica.
A denunciare per primo questa
sproporzione è stato Claude Lévi-Strauss, il più grande antropologo di
sempre. Che nel 1952, a pochi anni dall’orrore della Shoah, scrive su
invito dell’Unesco Razza e storia , un illuminato discorso sugli usi ed
abusi della parola razza. E torna sull’argomento nel 1971, sempre su
incarico dell’Unesco, con un testo, tradotto immediatamente in italiano
da L’Espresso col titolo Il colore delle idee .
Dove il grande studioso
smonta, uno dopo l’altro, i falsi sillogismi razziali, fondandosi sui
risultati delle ricerche scientifiche, unanimi nell’affermare che la
razza non esiste. È la cultura invece che determina quel che chiamiamo
erroneamente razza e non il contrario. Insomma, è il modo in cui viviamo
che ci fa essere ciò che siamo. Non una presunta origine biologica. E
comunque l’origine, come diceva il grande filosofo berlinese Walter
Benjamin, sta nel fiume delle trasformazioni e rimescola continuamente i
materiali della nostra nascita. Li fonde, li confonde, li trasfonde. Lo
prova il fatto che il 99% del nostro Dna è comune a tutti gli altri
individui del pianeta. E quell’1% è quel che distingue me da mio
fratello. E anche me da Beyoncé. E, per venire a noi, quello che ci fa
italiani — lingua, tradizioni, costumi, valori, gusti — non si eredita
dai geni, ma si acquisisce vivendo con altre persone che tramandano
questo patrimonio immateriale. Peraltro, in continuo cambiamento per
effetto di scambi, prestiti, ibridazioni, migrazioni, contatti. In
sostanza, la razza non esiste sul piano scientifico, ma purtroppo
resiste come mito, soprattutto come mito politico. Un motivo in più per
cancellarla dal vocabolario del marketing, delle statistiche, delle
leggi. E anche dalla Costituzione. Perché è un lemma infetto, una tara
inemendabile, un primordiale algoritmo dell’esclusione. Che sposta ogni
volta la soglia della differenza per trasformarla in disuguaglianza,
individuando continuamente nuovi bersagli. Ebrei o armeni, meridionali o
immigrati e via all’infinito. Con l’effetto devastante di sdoganare
atteggiamenti inqualificabili. Che adesso una politica che ha perso il
senso del pudore difende e diffonde, come l’ennesima mutazione di un
virus antico. La variante delta della barbarie.