venerdì 16 settembre 2022

 

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(continua Bibliografia e annotazioni de IL VENTO DI DIO CI SPINGE)

 

* Come il lettore può constatare, la comune fede cristiana qui si sottopone alla fatica e al tentativo di parlare in termini accessibili all'uomo e alla donna di oggi, facendo prevalere la categoria di evento su quella di ousìa-substantia. Si tratta di uno schema concettuale che, anche in questioni cristologiche, non pensa più in termini di essenzialità statica, ma di un accadere dinamico. In questo senso la attuale ricerca si muove, se ben comprendiamo, in una direzione che è più vicina culturalmente e più consonante con la riflessione biblica. «Si è quindi salvata l'intenzione biblica fondamentale delle antiche formule di fede, mutandone però la forma, il modo di pensarla» (H. KUNG, Cristologia e infallibilità, in CONCILIUM 1980/8; si veda tutto l'articolo perché descrive il compito del teologo e della comunità cristiana di fronte all'esigenza di “dire oggi" l'annuncio cristiano). Davvero non possiamo pensare di imprigionare Dio nelle parole deboli delle nostre vecchie formulazioni di fede. Esse sono certamente necessarie e restano utili fino al giorno in cui siamo coscienti della loro precarietà.

 

* Ovviamente a questo punto in comunità si impone una riflessione cristologica approfondita. Per una bibliografia estesa rimandiamo a "Alcune riflessioni sui miracoli", a cura della comunità cristiana di base di Pinerolo (corso Torino. 288 - 10064 PINEROLO). Soprattutto G. WERMES, Gesù l’ebreo, Borla, Roma 1983. Questo volume costituisce, a nostro avviso, una adeguata risposta ai vecchi studi di Alois Grillmeier, ora editi dalla Paideia (e che rappresentano comunque un significativo contributo alla ricerca ed una grande fonte di materiale e di informazione), e al volumetto di Franco Ardusso, Gesù di Nazareth é Figlio di Dio?, Marietti, Casale Monferrato 1980: un'opera che si muove in un ambito totalmente tradizionale. Il lettore potrà trovare un utilissimo strumento in "Gesù, Figlio di Dio?", Concilium 3/1982, editrice Queriniana.

 

* Chi ama esplorare il significato primitivo e genuino delle parole degli episodi tramandati dagli evangeli per ottenere una comprensione più piena del Gesù storico, non può mancare all'appuntamento con il volume di G. WERMES citato prima, un libro esemplare e rigoroso nel metodo e nei contenuti.

Nella storia dell'esegesi e nel dibattito cristologico da molti anni il notissimo Autore di queste pagine si è inserito con una competenza singolare. I suoi studi, in larga misura prodotti negli anni dell'insegnamento ad Oxford, non avevano ancora trovato alcuna diffusione in Italia. Grande merito dell'editore Borla è stata questa oculata scelta di un autore e di un'opera che non potrà passare inosservata. Dietro queste pagine spira un vento sostanzioso e solido: anni di ricerche meticolose, di confronti serrati, di studi storici e filologici.

Gesù l'ebreo è la prima parte di una trilogia: vuole ricostruire lo scenario dell'attività di Gesù e definire quale tipo di ebreo egli sia stato. La seconda ricerca, "Il Vangelo di Gesù l'ebreo“, che è ancora in stampa, tenterà di ricostruire il suo autentico messaggio. L'autore nella prefazione al I volume ci parla già di una terza opera, ancora senza titolo, nella quale studierà la trasformazione dell'uomo Gesù di Nazareth nel Cristo divino della formulazione della letteratura neotestamentaria e delle formulazioni dogmatiche successive.

Intanto abbiamo tra le mani questo primo volume che si legge a piccoli sorsi, ma con enorme profitto. L'opera si muove nella direzione della cristologia “funzionale“ già ben nota attraverso gli scritti di Schillebeeckx, di Kung e di molti altri studiosi, ma egli - da buon ebraista - porta motivazioni ed approfondimenti inediti, il tutto in un linguaggio che soddisfa il lettore di cultura media e non delude lo studioso che trova rimandi, citazioni, confronti con un corredo bibliografico vasto e qualificato. Non tutto viene trattato con la stessa rilevanza e completezza, ma il volume conserva dalla prima pagina all'ultima un livello altamente apprezzabile. Ne risulta una rivisitazione della formula di Nicea e una precisazione della espressione “figlio di Dio" applicata a Gesù. Sarebbe certamente fare un torto a questo tipo di cristologia accusarla di riduzionismo o di “eccessiva umanizzazione“ di Gesù. Solo chi non ha capito, in una profonda conversione di mentalità e di linguaggio, l'enorme apporto che questa nuova visione ebraico-biblica può dare alla nostra fede cristiana, può temere che questa strada significhi la "dissoluzione" o la "diminuzione" della originalità e del posto che Gesù occupa nel cuore dell'esperienza cristiana.

«È vero che Gesù, nel Nuovo Testamento, è chiamato spesso figlio di Dio ed è altrettanto vero che persino lettori non cristiani dei Vangeli, volenti o nolenti contagiati dal dogma della Chiesa, sono portati ad associare il titolo figlio di Dio con la nozione di divinità. Entro e fuori del cristianesimo, lo si accetti o non come articolo di fede, si suppone che gli Evangelisti, applicando questo titolo a Gesù, intendano proclamarlo uguale a Dio. In altre parole vi è la tendenza, conscia o meno, ad insinuare nei primi scritti cristiani e, ancor più in là, in una tradizione sorta sul suolo giudaico, una dottrina quanto mai estranea al giudaismo, quale la dottrina del concilio di Nicea: «Gesù Cristo, l'unigenito figlio di Dio... Dio da Dio... della stessa sostanza del Padre».

Per valutare correttamente questo titolo cristologico, che è l’ultimo e di più vasta risonanza, occorre proporre e risolvere le solite questioni d'ordine esegetico, storico e cronologico. I quesiti non sono pochi, e cioè: è possibile dimostrare dalle testimonianze del Nuovo Testamento che Gesù stesso abbia preteso la filiazione divina? Fu essa accettata e affermata dai suoi discepoli immediati, i Giudei di Galilea? Oppure il titolo venne alla luce tra i discepoli della seconda generazione nel giudaismo palestinese o ellenistico? Infine quale fu il suo significato originario? Subì forse delle trasformazioni sostanziali nel passaggio dal mondo giudaico a quello etnico-ellenistico? Alla prima domanda rispondiamo che, se si ammette che Gesù abbia respinto il titolo di "Messia il figlio di Dio" sia nella confessione di Pietro che alla domanda del Sommo Pontefice, non vi sono indizi che autorizzino a pensare che Gesù si sia arrogata tale eccelsa relazione con Dio. Gli autori, che non vogliono rinunciare a credere che Gesù pensava di essere "il figlio di Dio in un senso eminente”, devono per forza fare affidamento su quella che è senza dubbio la fase più recente dello sviluppo del titolo, vale a dire, la sostituzione di “il Figlio" con figlio di Dio e pretendere inoltre che essa sia storicamente autentica. Tuttavia, se si eccettuano pochi conservatori, nessuno tra gli esegeti più aperti, indipendentemente dalla loro denominazione cristiana, osa compiere tale passo.

Per citare pochi esempi, tra le posizioni più recenti degli Studiosi, B.M.F. van Iersel è dell'opinione che Gesù non parlò mai di sé come figlio di Dio, e C.K. Barret afferma senza esitazione che la dottrina della sua filiazione divina non ebbe parte alcuna nella predicazione pubblica di Gesù. H. Conzelmann rileva che il titolo non appare mai nei racconti, ma soltanto nelle confessioni e, dopo accurato esame, conclude che nessuno degli esempi può essere ritenuto storico e che, «a giudicare dai testi che abbiamo, Gesù non fece mai uso del titolo». Gli studiosi del Nuovo Testamento, sulla scia di Bultmann, distinguono due fasi nell'evoluzione del concetto di figlio di Dio. La prima fase è assegnata alla comunità palestinese, in cui l'antica formula orientale dell'adozione divina dei re: «Tu sei mio figlio», era applicata a Gesù quale Re Messia. La seconda fase è rappresentata dalla predicazione della chiesa ellenistica. Qui il concetto giudaico di figlio di Dio subì una profonda metamorfosi, nel senso che esso servì a definire non più la missione di Gesù ma la sua natura, concepita sul modello della razza semidivina e semiumana delle divinità della mitologia classica, note per le loro prodezze ed atti salvifici.

Ferdinand Hahn ritiene che la fusione degli elementi messianici ed ellenistici della nozione di figlio di Dio abbia attraversato tre stadi. In primo luogo venne adoperato dalla comunità palestinese post-pasquale quale titolo che ben si addiceva ad un Messia il quale, conclusa la sua missione sulla terra, era stato adottato da Dio ed intronizzato nei cieli. Il secondo passo fu compiuto dal giudeocristianesimo ellenistico il quale, volgendo lo sguardo dall'esistenza celeste di Gesù alla sua vita sulla terra, vide in lui il taumaturgo ed esorcista ricco di doti soprannaturali, la cui concezione nel seno di una vergine era stata operata da un intervento diretto di Dio. Infine, la filiazione divina di Gesù fu intesa soprattutto quale risultato di una apoteosi o deificazione, che comportava anche la preesistenza ed una specie di filiazione fisica risultante dalla parte che veniva attribuita a Dio nel suo straordinario concepimento.

Per esplorare ulteriormente le implicazioni del titolo figlio di Dio ed anche per gettare nuova luce sul suo significato originario, conviene ora cercare paralleli nel mondo giudaico, biblico e post-biblico, nonché in quello greco-romano prima di passare ad esporre ciò che i Vangeli ci offrono. Per completezza ci soffermeremo poi sull'abitudine di Gesù di rivolgersi a Dio. o parlare di lui, chiamandolo "mio padre". Dedichiamo infine un excursus alla questione della nascita verginale» (pagg. 225-226).

Ci siamo presa la libertà di questa lunga citazione per fornire al lettore un assaggio delle problematiche che il libro esplora con grande impegno. Ci sono certamente aspetti e particolari molto discutibili, ma la direzione della ricerca ci sembra graniticamente solida e fecondissima.

 

* Interessanti affermazioni al riguardo si trovano in VINCENZO DAMARCO, Commento ai vangeli, Sarzana 1975, pag. 353: «Sarebbe troppo affrettato concludere che questo titolo (= Figlio di Dio) è usato da Marco nello stesso senso che lo usiamo noi. Siamo qui, in questo vangelo, solo agli inizi di quel tragitto che porterà al concetto giovanneo di Logos. La sensibilità metafisica degli ebrei non era tale da preoccuparsi della “natura” di una persona; invece era propensa a definirne la funzione. Gesù è colui che esige obbedienza. esercita una signoria in nome di Dio. La categoria ebraica per esprimere questa funzione è quella di "figlio".

 

(continua)