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(continua Bibliografia e annotazioni de IL VENTO DI DIO CI SPINGE)
* In particolare, per quanto riguarda la formulazione trinitaria ci vediamo ancora una volta costretti a rimandare il lettore ad una pagina del teologo cattolico Hans Kung: «La dottrina teologica che ne è scaturita, la dottrina della "Trinità" intradivina, che cerca, con un apparato concettuale ellenistico, di pensare Padre, Figlio e Spirito nella loro autentica diversità e nella loro unità indivisa, implica notevoli problemi e purtroppo non è quasi più compresa dall'uomo d'oggi... È nota la formula ellenistica che, a conclusione di un iter speculativo estremamente complesso, in parte contraddittorio e comunque oltremodo lungo, assunse i suoi contorni classici per merito dei tre Cappadoci (Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) nel corso del IV secolo... Sorse progressivamente l'edificio di una speculazione sulla Trinità intellettualmente ambiziosa, una sorta di matematica trinitaria superiore. che nonostante tutti gli sforzi per conseguire la massima chiarezza concettuale, non pervenne a soluzioni durature. Si direbbe quasi che questa speculazione greca, allontanatasi dal suo terreno biblico e libratasi audacemente verso le vertiginose altezze del mistero di Dio, abbia rivissuto il dramma di Icaro, il figlio di Dedalo, le cui ali, fabbricate con penne e cera, non ressero il calore di un sole troppo vicino» (in Essere cristiani, Mondadori, Milano 1986, pag. 536). Kung, raccogliendo i risultati di un enorme lavoro esegetico degli ultimi cento anni, passa in rassegna i dati biblici: in nessun testo del Nuovo Testamento, prescindendo da una lettura ingenua e prescientifica, «si trova una vera e propria dottrina trinitaria su un Dio in tre persone (modi di essere) quale verrà in seguito enunciata» (pag. 537). Le stesse formule diadiche (di Padre e Figlio) e triadiche (di Padre, Figlio e Spirito) non sono tanto un discorso ontologico su Dio, ma un tentativo di descrivere l'agire di Dio, la sua dinamica salvifica e di coordinare Padre, Figlio e Spirito senza affatto metterli sullo stesso piano: «Nel Nuovo Testamento si ha indiscutibilmente una unità nell'evento della rivelazione: in cui non si deve eliminare la diversità dei "ruoli", non si deve invertire la "successione" e soprattutto non si deve perdere mai di vista l'umanità di Gesù. Anche quando lo stesso vangelo di Giovanni parla del Padre, Figlio e Spirito, anche quando Dio è definito spirito, luce e amore, non si tratta di affermazioni ontologiche su Dio in sé e sulla sua intima natura, sull'essere statico di un Dio trinitario. Si tratta invece, in tutto il Nuovo Testamento, di affermazioni sulle forme e i modi della rivelazione di Dio: si tratta del suo agire dinamico nella storia, del rapporto di Dio con l'uomo e dell'uomo con Dio. Le formule triadiche del Nuovo Testamento configurano una teologia trinitaria non “immanente", ma “economica” (cioè funzionale, in funzione della salvezza, ndr), non un'unità-trinità essenziale intradivina (dunque immanente) in sé, ma un'unità in funzione della storia della salvezza (dunque economica) di Padre, Figlio e Spirito nell’incontro con noi» (H. KUNG, Essere cristiani. pag. 539). Non si tratta, dunque, di gettare via un dogma, ma di interpretare per il presente in forma differenziata la dottrina classica della Trinità, con un vigoroso ritorno alle fonti bibliche.
* Interessanti osservazioni si trovano in KARL H. SCHELKLE, Teologia del Nuovo Testamento, Vol. II, Edizioni Dehoniane, Bologna 1980, pag. 340: «Le numerose serie trinarie delle lettere neotestamentarie non costituiscono ancora formule vere e proprie e non sono ancora concepite dogmaticamente... La successione della serie non è ancora fissata come Padre, Figlio e Spirito. Le proposizioni non sono affermazioni ontologiche e metafisiche sull'essenza statica di un Dio trino, ma affermazioni sull'operare dinamico di Dio nella rivelazione e nella storia». Tutto il volume è prezioso, specialmente le voci “preesistenza” e "figlio di Dio".
* Ma c'è di più. La "valenza" triadica, il dinamismo triadico così vivamente presente nell'unico evento salvifico sono tutt'altro che insignificanti. Il Dio biblico non è solipsista, chiuso nella sua "monarchica" torre d'avorio: Dio è per noi relazione, dialogo, amore che si comunica e trabocca. L'unità-unicità del Dio biblico è quella sorgività inesauribile che ci inonda con le sue acque salutari. Nello stesso tempo Dio è movimento che spinge a uscire dalla prigione narcisista del proprio io. Dire Dio significa dire relazione, comunione, apertura al tu. In certo modo possiamo dire che il cristiano non può, se entra nella via di Gesù, non aprirsi a questo ritmo triadico per far posto al dinamismo di Dio. Solo l'ossessione maschile e l'ossessione teologico-razionalistica hanno potuto fare del Dio uno, un Essere “monarchico", autoritario, sessista prodotto ad immagine e somiglianza di una chiesa che ha troppo spesso la presunzione di possedere la carta di identità di Dio stesso e che da secoli è prigioniera della maschilità. Forse bisogna riprendere la via umile del linguaggio biblico che è allusivo, "femminile", simbolico. Si può parlare di Dio solo con parole povere, con parole deboli. La "simbolica trinitaria” è essenziale nelle sue valenze per la nostra fede: essa allude, contempla e tenta di esprimere la realtà profonda di Dio attraverso la sua azione. La unità di Dio è unità aperta, conviviale, unificante.
* Di grande utilità può risultare: Trasmettere la fede alla nuova generazione, in CONCILIUM 4/1984, Queriniana (via Pianarta, 6 - 25100 Brescia). Forse il lettore rimarrà sconcertato da talune piste di ricerca, ma «ciò che "appartiene" all'identità del cristiano - ciò che sostanzialmente costituisce tale identità - dev'essere continuamente "riscoperto" nelle irripetibili situazioni storiche» (J. WERBICK).
* Purtroppo in questi anni lo scontro, su questo terreno del linguaggio e delle formule di fede, sta acuendosi. Occorre lavorare in positivo, senza fracasso e con molta umiltà, ma anche senza paura.
* Non sarebbe ozioso domandarsi in che senso noi diciamo che Dio è "persona". Sono categorie culturali che noi abbiamo assunto nel tempo. È importante conoscere la loro ambiguità e inadeguatezza. «Dio non è certamente una persona nel modo in cui lo è l'uomo... Anche il concetto di persona è soltanto una cifra per indicare Dio. Dio non è la persona suprema tra altre persone. Egli trascende anche il concetto di persona: Dio è più che persona» (H. KUNG, Dio esiste?, Mondadori, Milano 1979, pag. 704). Dio è la realtà realissima di cui i nostri nomi non sono che una eco, un cartello indicatore. Ma è pur vero che tutti i nomi che usiamo sono talmente parziali ed ambigui da farci dubitare, a volte, della loro legittimità. Quando noi chiamiamo Dio con il nome di Signore, pur sapendo che questo appellativo ha una storia ed una valenza positiva, non corriamo anche il rischio di mettergli addosso un manto imperiale, di farci di Dio un'immagine monarchico-autoritaria? Quando poi applichiamo l'appellativo di "Signore" a Cristo, come non avvertire un certo stridore con i sentimenti e l’esperienza di quel Gesù di Nazareth la cui vita era totalmente estranea ad ogni ideologia regale e ad ogni tinteggiatura "signorile" ed imperiale? Aver fatto di Gesù “il Signore" non è stato funzionale ad una chiesa che si concepì come "la grande Signora“? Il linguaggio non è così neutrale come a volte ingenuamente possiamo pensare.
Forse non si tratta di bandire dal nostro vocabolario tutte le parole che possono suonare ambigue, ma, molto più semplicemente di essere lucidamente coscienti dei limiti entro i quali ci muoviamo e di non accontentarci mai del già detto. Anche su questo terreno la fantasia e la creatività sono le migliori compagne di viaggio della nostra fede. La testimonianza dei molti nomi di Dio che troviamo nella Bibbia è uno stimolo a proseguire la ricerca anche in base alle nuove esperienze che facciamo nella nostra vita della presenza e dell'azione di Dio nel mondo.
(continua)
