lunedì 19 settembre 2022

 

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(continua Bibliografia e annotazioni de IL VENTO DI DIO CI SPINGE)

 

* Per un rinnovamento della cristologia è sempre più importante la conoscenza dell'Antico Testamento:

«Già nell’Antico Testamento il popolo di Dio veniva detto “figlio di Dio”, ma era chiamato così soprattutto il re di Israele, che all’atto dell’intronizzazione veniva proclamato “figlio di Jahvé”. Ora questo epiteto viene applicato a Gesù: mediante la risurrezione e la glorificazione egli, Gesù di Nazareth, viene “costituito Figlio di Dio”, secondo l’espressione desunta da un salmo. Qui indubbiamente non si allude alla generazione, ma soltanto alla posizione giuridica di prestigio di Gesù, non quindi a una fìgliazione fisica, come nel caso dei figli degli dei e degli eroi pagani, ma ad una elezione ed investitura da parte di Dio. Più di altri nomi, quello di “Figlio di Dio” doveva chiarire agli uomini di quel tempo quanto strettamente l’uomo Gesù appartenesse a Dio, quale rilievo avesse la sua posizione al fianco di Dio: non più nella comunità, nel mondo, ma ora di fronte alla comunità e al mondo, subordinato soltanto al Padre e a nessun altro» (H. Kung, 24 Tesi sul problema di Dio, Mondadori pag. 133).

«Per l’Antico Testamento figlio di Dio significa avere ricevuto una missione da Dio e averla portata a termine in un atteggiamento di obbedienza. Questo significato passa nel Nuovo Testamento, cosicché quando Gesù viene indicato come figlio di Dio, si fa riferimento alla missione che il Padre gli conferisce, all’obbedienza con cui Gesù assolve questa missione e alla reciproca confidenza e fiducia che si stabiliscono tra Padre e figlio. Essere il figlio di Dio richiede che si assuma un atteggiamento senza riserve di risposta alla chiamata di un Dio che convoca l'uomo a un’impresa di liberazione» (LR. Guerrero, L’altro Gesù, Borla, Roma 1977).

 

* Tutto il nostro linguaggio teologico acquista spessore nuovo, senza abbandonare o impoverire il messaggio delle formulazioni antiche: «È legittima la tradizione cristiana della mistica di Cristo, che a Nicea e Calcedonia ha trovato un'espressione adatta, benché entro le categorie concettuali della tarda antichità». (Ed. Schillebeeckx, La questione cristologica. Un bilancio, Queriniana, pag. 163).In questa luce:

«L’incarnazione di Dio in Gesù significa che in tutti i discorsi di Gesù, in tutta la sua predicazione, nell’intero suo comportamento e destino, hanno preso figura umana la Parola e la Volontà di Dio: in tutto il suo parlare ed agire, patire e morire, insomma in tutta la sua persona, Gesù ha annunciato, manifestato, rivelato la Parola e la Volontà di Dio. Egli, nel quale parola e volontà, insegnamento e vita, essere e agire coincidono perfettamente, è corporalmente, in figura umana, Parola, Volontà, Figlio di Dio». (H. Kung, 24 Tesi sul problema di Dio, Mondadori, 1980, pag. 134).

 

In termini concreti si può dire:

«Si noti bene che “Figlio di Dio” non significa altro se non l'uomo Gesù in quanto morto e resuscitato, in quanto avente peso salvifico per tutti gli uomini, in quanto centro del progetto di Dio. Quindi anche il famoso schema della preesistenza, che ci sembra così lontano dal Gesù di Nazareth, in fondo non è altro che un mezzo linguistico per poter sottolineare, in una determinata cultura, quella ellenistica, che in Gesù Dio si è espresso al massimo» (G. Barbaglio, Gesù di Nazareth dalla strada alla fede, Arsenale Cooperativa Editrice, Venezia 1980).

«Giovanni vede il rapporto tra Gesù e Dio in modo funzionale, come risulta chiaro dall’argomentazione addotta dal Gesù giovanneo (Gv.10, 34-38): per Giovanni Gesù è realmente uomo, ma in un rapporto del tutto singolare con Dio, una relazione che trascende di gran lunga qualsiasi altra. Chi conosce lui conosce il Padre (8, 19) e chi vede lui vede il Padre (14, 19). Ciò che Gesù dice e fa manifesta la sua persona, rivela cioè il mistero della sua unità vitale con il Padre. In questo senso la funzione è la sua stessa persona» (Ed. Schillebeeckx, Il Cristo. La Storia di una nuova prassi, Queriniana, Brescia 1980, pag. 502).

 

* Questa impostazione ha richiesto, evidentemente, un profondo ripensamento su altri punti ed ha stimolato una vasta produzione biblica e teologica alla quale possiamo solo accennare rapidamente:

«Il Figlio di Dio rende Dio udibile e visibile più di chiunque altro o di qualunque altra cosa e pertanto è il primogenito di tutta la creazione (Col. 1, 15). Così egli è superiore a qualsiasi altra creatura. Ma resta inferiore a Dio. Quando Paolo in I Corinti 15, 27 applica al Figlio di Dio le parole «tutto ha posto sotto i piedi di lui» (Salmo 8, 7), egli eccettua Dio espressamente, concludendo: «quando avrà assoggettato a lui tutte le cose, allora il Figlio stesso farà atto di sottomissione a Colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti» (Bas Van Iersel, Concilium 3/1982).

Nello stesso modo possiamo dire che come «la preesistenza di Gesù come eterno Figlio di Dio è un modo ebraico ed ellenistico di esprimere il significato salvifico di Gesù» (Brian McDermott, Gesù Cristo nella fede e nella teologia, Concilium 3/1982, pag. 23). Così «l’unicità di Gesù di Nazareth, secondo la testimonianza del Nuovo Testamento, consisteva nell'essere colui che aveva ricevuto un appello particolare da Jahvé, a cui egli rispose nella sua storia particolare» (P.M. Van Buren, Il significato secolare dell’evangelo, Borla, Roma 1970). Diremo perciò ancora che l’identità di Gesù come Figlio è un'identità rispondente e ricettiva di fronte al Padre. e sottolinea il fatto che Gesù è il primo a ricevere l’offerta di salvezza di Dio, prima di diventare colui che offre la salvezza agli altri» (Brian McDermott, Gesù Cristo nella fede e nella teologia, Concilium 3/1982, pag. 25).

«L’antropomorfismo che ci può fuorviare considerando “Dio” come un nome proprio ha portato i cristiani a pensare che, se Gesù è veramente figlio di Dio, allora non può essere, per esempio figlio di Giuseppe. Ma si tratta di un errore. Dire che Gesù è il Figlio di Dio non comporta la negazione che era figlio (fisicamente, n.d.r.) di un altro» (Nicholas Lash, Riflessioni su di una metafora, Concilium 3/1982, pag. 39).

 

 

 

Finito di stampare

Nel mese di Gennaio 1985

Presso la Comunecazione s.n.c, - BRA (CN)

 

 


  fine