mercoledì 28 settembre 2022

 

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CAPITOLO PRIMO

Il martello e la roccia

 

«Non è forse la mia parola come fuoco

- detto del Signore –

e come un martello

che frantuma la roccia?» (Geremia 23, 29).

 

Nella scuola di rabbi Ishmael questo versetto veniva interpretato nel modo seguente: «Che cosa succede quando il martello picchia contro la roccia? Sprizzano scintille! Ogni singola scintilla è il risultato dell'urto del martello contro la roccia; ma nessuna scintilla è l'unico risultato. Così anche un unico versetto della Scrittura può trasmettere molti diversi insegnamenti» (JACOB PETUCHOWSKI, Come i nostri maestri spiegano la scrittura, Morcelliana, Brescia 1984, Secondo TB Sanhedrin 34a).

Chi legge queste pagine ricordi le parole del Salmo: «Una parola ha detto Dio, due ne ho udite» (62, 12). L'ebraismo, come civiltà del commento, comunica a noi cristiani questa tensione vitale tra Parola e parole, tanto per legittimare la pluralità delle interpretazioni scritturali quanto per evidenziarci che la rivelazione di Dio è più grande di qualunque singola interpretazione. Secondo la tradizione rabbinica ci sono settanta diverse possibilità di interpretare la Scrittura. Perciò i nostri tentativi, i nostri sforzi di penetrare la Parola di Dio raggiungono soltanto frammenti di verità: «Sicuramente non sarà mai esistito uno studioso della Torah che abbia padroneggiato tutte e settanta queste possibilità. Se di queste settanta se ne conoscano magari soltanto dieci, allora bisogna essere disposti ad ammettere che forse le altre sessanta sono familiari ad altri uomini, noti o ignoti...» (Op. cit. p. 136). Ogni possibilità di letture «categoriche» viene stroncata come presuntuosa e blasfema.

Leggere con fede la Scrittura è quindi un atto sommamente creativo: «I sensi multipli sono persone multiple. Si manifesta così tutta l’importanza del rapporto della rivelazione con l'esegesi, con la libertà di questa esegesi; si manifesta la partecipazione, di chi ascolta, alla Parola che si fa sentire, ma anche la possibilità per la Parola di attraversare le epoche» (La révélation dans la tradition juive, in AA. VV., La Revélation, Bruxelles 1977).

Tutto questo vale anche per i racconti di miracolo, ovviamente. Così davvero la Parola di Dio non è più sopra i cieli, ma «è vicinissima» (Deuteronomio 30, 14) e ci invita a costruire racconti. Se i vecchi rabbini facevano della teologia aggadicamente, cioè raccontando e annunziando, come in tondo aveva già fatto la Bibbia, perché non potremo farlo anche noi? Questo quaderno vorrebbe aiutarci a ritrovare la voglia di raccontare la Bibbia ai nostri ragazzi; anzi, di raccontare le meraviglie di Dio con racconti antichi e sempre nuovi.

 



 

CAPITOLO SECONDO

Ruminare... e poi parlare


Nelle storie rabbiniche troviamo un passo che ci invita a compiere con impegno Il nostro servizio di annuncio dell'evangelo ai bambini. Non si tratta, se leggiamo tra le righe, di un semplice suggerimento metodologico, ma di uno stimolo ad investire il nostro cuore, a coinvolgerci in una fede attiva, consapevoli della nostra inadeguatezza e, soprattutto, pieni di fiducia nell'azione di Dio. Si tratta di una storia rabbinica che richiama alla serietà chiunque svolga un servizio nella comunità credente.

«Avvenne una volta che durante una funzione religiosa pubblica il capo della sinagoga chiamasse Rabbi Akiva a leggere un pezzo della Torah. Ma egli non volle salire sul pulpito. I suoi discepoli gli dissero: "Maestro, non ci hai insegnato tu stesso che la Torah è la nostra vita e la lunghezza del nostri giorni? Perché allora ti rifiuti di salire sul pulpito?". Rabbi Akivà rispose: “Per il Tempio! Io mi rifiuto di leggere un brano dellaTorah soltanto perché non ho preparato la pericope (il passo) di oggi meditandola due o tre volte da solo. Non si possono presentare le parole della Torah alla comunità senza averle chiarite due o tre volte a se stessi..."» (Da Midrash Tanchuma, Jithro, 15 citato in I nostri maestri insegnavano, Morcelliana, Brescia 1933, pag. 152).

«La Torah ti insegna che, qualora tu sia dottore della Legge, non puoi essere tanto superbo da dire alla comunità qualcosa che tu non abbia prima chiarito due o tre volte a te stesso» (Idem). Possiamo forse aggiungere a questo lavoro personale di «ruminatio» e di chiarimento un impegno, non meno utile, a livello comunitario.

Se l'improvvisazione non era possibile nemmeno per un sommo maestro come Akivà, probabilmente lo sarà ancor meno per tutti noi.




(continua)