venerdì 30 settembre 2022

 

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VALENTINA : Ma perché insisti tanto sul Vecchio Testamento?

FRANCO: Perché esso ha costituito una fonte di estrema importanza per le comunità e per gli scritti del Nuovo Testamento, anche per i racconti di miracolo.

LINO: Ma, allora, in che senso il racconto di miracolo è «vero» e non ci narra delle menzogne?

FRANCO: Si tratta di un racconto teologicamente vero perché contiene, sotto una forma letteraria del tempo di allora, una «verità» incredibilmente valida per il nostro tempo; anzi, per tutti i tempi. Questa è la verità più profonda dei miracoli.

LUISA: Ma, allora, la parola miracolo è un po' fuori posto e può facilmente indurre in errore.

FRANCO: La parola «miracolo» è veramente ambigua e può fare pensare ad un Gesù che compie delle magie, ad un Gesù «stregone» oppure ad un Gesù onnipotente, che può fare tutto. Proprio per questo la metterei tra virgolette. Ma, ben compresa, questa parola è tutt’altro che da gettare via. Del resto ogni vocabolo che usiamo, ogni parola non è mai capace di dire tutto e di esprimerlo adeguatamente, senza alcuna ambiguità.




MEMO: Faccio un passo indietro. Portami un esempio che mi aiuti a capire come gli scrittori degli evangeli possano aver «utilizzato» in modo creativo qualche testo del Vecchio Testamento.

FRANCO: Prendi la narrazione del miracoloso salvataggio, cioè la tempesta sedata (Marco 4, 35-41). Vuoi ora cercare la narrazione della tempesta nel libro di Giona, che si trova appunto nel Vecchio Testamento? Il brano del Vangelo di Marco rivela numerosi e stretti paralleli, fin nelle citazioni, con il primo capitolo del libro di Giona (e con il salmo 107, 23-32). Non farai fatica a trovarli, se leggi attentamente. Gesù dorme come Giona... Come in Giona 1, 10 e 16 i discepoli hanno paura... Il messaggio è chiaro: qui c'è uno che sorpassa Giona, gli è molto superiore; Gesù placa la tempesta perché in lui agisce la mano di Dio. Non voglio dire con questo che gli evangelisti abbiano semplicemente copiato. Hanno preso le «pietre» del Vecchio Testamento e se ne sono serviti per esporre la novità evangelica. Questo intendo per utilizzo creativo e libero.

ANTONIA: Mi sembra, però, che tu fai riferimenti, illustri con esempi, insisti molto sui significati dei racconti, ma «scappi» un po' quando ti viene domandato che cosa è successo con precisione in un certo miracolo.

FRANCO: Hai colto nel segno. Ho molta diffidenza verso ogni interpretazione che tenti di «fotografare» l’accaduto, il «fatto» che può stare sotto un racconto di miracolo. L'agire di Dio che si è manifestato in modo sommo nella esistenza storica di Gesù, il «figlio di Dio», probabilmente va lasciato nella sua totale alterità, novità e stravaganza. Dio può agire e aver agito al di là di ogni nostra congettura e analisi. Vorrei non manomettere questa libertà di Dio e non costringerla dentro gli orizzonti della mia logica. Il credente che studia e approfondisce scientificamente i dati storici e le strutture letterarie di un racconto di miracolo è lo stesso che, pregando, adorando e contemplando le «meraviglie» di Dio, diventa sempre più attento a non legare la Parola e l’azione di Dio (manifestatesi in Gesù) ad una sola interpretazione. Non riesco mai ad esprimere pienamente questa esperienza che sento come costitutiva del mio essere credente. Questa mia incapacità di esprimermi mi fa soffrire. Ho sempre paura che, quando si trasmettono informazioni esegetiche, qualcuno le prenda come gli strumenti per «spiegare» un miracolo e «smontarlo» in pezzi! Per me le conoscenze storiche, letterarie ed esegetiche sono semplicemente i passi fragili ed adoranti per accostarmi al mistero di Dio. Guai a perdere questa profonda coscienza dell'insondabile azione di Dio!

ANTONIA: Da una parte tu insisti continuamente sull’esigenza di appropriarsi di strumenti, dall'altra ci parli di un Dio che non può mai essere catturato dalle nostre «spiegazioni».

 



FRANCO: Ricordi la pagina di Mosè che si avvicina al roveto ardente? La Bibbia ci riporta questa esperienza con grande vigore mettendo sulla bocca di Dio una frase estremamente significativa proprio quando Mosè pensò di avvicinarsi al cespuglio: «“Fermati lì! Togliti i sandali perché il luogo in cui ti trovi è terra sacra! Io sono il Dio di tuo padre, lo stesso Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe". Mosè si coprì la faccia perché aveva paura di guardare Dio» (Esodo 3). Mosè che viene invitato a togliersi i calzari e a riconoscere la «terra sacra» non allude forse a questa coscienza adorante che teme di calpestare l'opera di Dio? Nel nostro cammino verso Dio... forse dobbiamo imparare ad adorare di più. Il che non vuole assolutamente dire - e ci tengo a ribadirlo - che si debba studiare di meno. Ma perché dovremmo, con un viziaccio tutto occidentale, dissociare la ragione dalla adorazione? Non apprezzo la teologia e la scienza biblica quando rinunciano al rischio. Occorre rischiare e dare interpretazioni, ma non va mai dimenticata o oscurata la distanza che esiste tra fatto, racconto, messaggio e interpretazione. Per questo direi che il «che cosa è successo» è una domanda comprensibile, ma non centrale e, spesso, rischia di essere posta in termini scorretti e, personalmente, non mi sembrano mai produttive le risposte categoriche che non lasciano spazio ad altre possibilità. Io combatto la battaglia per i diritti di Dio, in primo luogo per la sua libertà!

 



(continua)