Gli italiani e la crisi in Ucraina. L’idea di guerra è molto simile al
tifo da stadio
di Alessandro Orsini sul Fatto
quotidiano del 13 settembre 2022
L’Italia non è più abituata alle
guerre per due ragioni principali: la prima è ovvia e la seconda molto meno. La
ragione ovvia è che, dopo la Seconda guerra mondiale, l’Italia non è stata più
bombardata. La seconda ragione, meno ovvia e che dovrebbe far riflettere la
nostra classe dirigente, è che, nonostante il mondo sia stato afflitto da tante
guerre, l’Italia se n’è sempre disinteressata.
La copertura della guerra e delle
guerre civili in Siria, Yemen, Donbass, Iraq, Afghanistan, Somalia, Nigeria, per
citarne soltanto alcune, è stata e continua a essere pressoché inesistente.
L’Italia, quasi del tutto assorbita da problemi di politica interna, per la gran
parte inutili polemiche, si è leggermente interessata alla guerra in Siria
soltanto nel periodo in cui temeva di subire un attentato dell’Isis. Anche in
quel caso, si è trattato di un interesse marginale, non relativo alla guerra
siriana in sé, ma soltanto a un suo tragico derivato, lo Stato Islamico.
La conseguenza di questa mancanza di
informazione è stata una carenza di riflessione strategica, culturale, politica,
antropologica e storica sul fenomeno della guerra, che si riflette nei commenti
che leggiamo in queste ore sugli ultimi sviluppi in Ucraina dove l’esercito di
Kiev è avanzato nella regione di Kharkiv.
L’atteggiamento prevalente in Italia
verso la guerra in Ucraina è identico all’atteggiamento dei tifosi allo stadio.
Del tifo calcistico presenta due caratteristiche fondamentali.
La prima è l’ideache una guerra duri novanta minuti. La possibilità che la Russia,
subita questa sconfitta, possa tornare alla carica con violenza inusitata, è
assente tra i tifosi. Riflettere sulle contromosse del nemico non ha senso.
Che la Russia possa impiegare
seriamente l’aviazione, cosa che finora non ha fatto, o ricorrere alla
mobilitazione generale o magari alle armi nucleari, non è contemplato. Ha senso
soltanto esultare.
La seconda
caratteristica è l’idea che il mondo sia diviso in
due sole fazioni: i tifosi della Russia e quelli dell’Ucraina. Basta che
l’Ucraina avanzi a Kharkiv e i problemi sono risolti.
La Prima guerra mondiale e la
Seconda guerra mondiale dovrebbero avere insegnato agli italiani due cose. La
prima è che la pace in Europa non è possibile in presenza di una grande potenza
revanscista. La seconda è che “vittoria” non significa automaticamente “pace”.
Infine, manca un metodo. Una
valutazione corretta ed emotivamente distaccata di ciò che sta accadendo in
Ucraina richiederebbe di condurre prima un’analisi separata delle operazioni
militari su ognuno dei fronti di guerra e poi una sintesi. Kharkiv è soltanto
uno dei tre fronti. Che cosa accade sugli altri due?
Chi scrive non ha mai previsto che
la Russia non avrebbe subito nemmeno una sconfitta o che avrebbe vinto in pochi
giorni. Al contrario, ha sempre temuto la sirianizzazione della guerra. Una
guerra esistenziale è fatta di vittorie e di rovesci. Il tipico andamento
altalenante delle guerre, soprattutto nelle fasi iniziali, sfugge anche a
Zelensky, il quale, anziché aprire subito una trattativa, si è profuso in
commenti iper-radicali contro la Russia sprecando un’occasione.
Nessuno può rimproverarlo troppo: i
falchi da cui è consigliato – Draghi, Biden, Stoltenberg, Truss – lo inducono a
tanto contro gli interessi del suo popolo, dell’Italia e dell’Europa tutta.
Viviamo in un tempo di falchi. La guerra apre gli occhi a chi la subisce e non a
chi la guarda dal divano. Il nostro augurio è che tanti italiani continuino a
vagare senza vista.