domenica 2 ottobre 2022

 

- 6 -




 

Ma... perché hanno scritto tanti miracoli?

 


GIORGIO: Queste cose me ne chiariscono parecchie altre, ma... mi resta una domanda: «Perché gli evangelisti ci hanno messo tanti miracoli nei loro Vangeli»?

FRANCO: La tua è una domanda grossa, di quelle che esigono un volume per rispondere! Vediamo di sintetizzare con alcune risposte flash che, con il tempo, approfondiremo insieme. Ti dico quello che mi sembra di capire, con tutti i miei limiti, e quello che ho trovato stimolante per la mia vita di fede. C’era alle spalle e nella mente dei credenti di allora un «immaginario», cioè un modo di concepire l’intervento di Dio, che era fortemente caratterizzato dalla immagine di un Dio che supera in potenza gli altri dèi. C’era anche, probabilmente, qualche contagio di magia perché la loro fede (come del resto la nostra di oggi) risentiva della cultura, dell’ambiente, delle idee di quel tempo. In più gli scrittori di questi Vangeli scrissero alla luce di una fede che era fortemente radicata nel Vecchio Testamento e nel suo linguaggio ed essi attinsero abbondantemente dal Vecchio Testamento. Quando parlavano di Dio o dei suoi profeti ed inviati erano profondamente condizionati da questa loro «educazione veterotestamentaria».

 


CRISTINA: Per noi è difficile renderci conto che il loro modo di pensare e di esprimersi era davvero diverso. I millenni non passano invano e bisogna tenere conto di questa distanza nel tempo che crea differenza nella mentalità. Cultura qui, se capisco bene, vuol dire appunto mentalità, concezioni, immagini, linguaggio.

GRAZIA: Allora bisogna sempre capire il nocciolo, ciò che ci sta sotto. Adesso, per esempio, capisco meglio il fatto che nei Vangeli si dice che Gesù è «luce del mondo, agnello di Dio, figlio di Dio, vita, verità, pane vivo» e altre espressioni del genere. Sono delle metafore, delle immagini, delle descrizioni della funzione di Gesù. Figlio perché è creatura di Dio, suo amico intimo, suo porta-parola.

COSTANZA: Adesso capisco perché, per leggere i Vangeli, è tanto importante conoscere il Vecchio Testamento. É un po' come la grammatica... con le sue regole...

FRANCO: Certo, è essenziale amare e percorrere in lungo e in largo il Vecchio Testamento. Lo facciamo troppo poco. Esso non è solo come una grammatica; è addirittura la prima parte di quell'unica grande avventura d'amore che Dio vive e annuncia a tutti noi e che la Bibbia ci testimonia. FRANCA: Dunque, nei racconti di miracolo bisogna saper cogliere, come altrove, non un resoconto di cronaca, ma il linguaggio di fede di una comunità che cerca, con i suoi pregi e i suoi limiti, il modo, le immagini e le similitudini per annunciare Gesù alla gente, ai contemporanei.

FRANCO: Franca ha ribadito un tasto importante, che mi permette di fare una ulteriore annotazione. Parto con un esempio: ricordate il brano della tempesta sedata (Marco 4, 35-41)? Questo Gesù potente che con un gesto si fa obbedire dal vento e dalla burrasca, viene un po' creato con «pietre» e materiali e anche immaginari del Vecchio Testamento (ricordate che lo abbiamo accennato?) ma anche dalle esigenze missionarie, cioè di predicazione, di allora. Mi spiego meglio: come presentare un Gesù credibile in un mondo in cui tutti i grandi predicatori venivano celebrati per i loro strepitosi prodigi? Non si poteva certo tacere la sua morte, ma limitarsi a narrare di un uomo che aveva vissuto amando e predicando e poi aveva fatto fiasco, non sembrava ai discepoli d’allora molto presentabile alla gente.

ANNA: E allora?

 



FRANCO: Per avere un minimo di accoglienza in un ambiente pagano pensano che occorreva presentare Gesù come superiore, non da meno dei vari «uomini divini» che l'antichità conosceva in quelle zone della prima missione-evangelizzazione. Oggi diremmo che questo presentare un Gesù potente era un’esigenza di concorrenza missionaria, come scrive lo studioso cattolico R. Pesch, con tutti i rischi che tale scelta poteva comportare. Gesù è superiore, sembra dirci il brano, ai guaritori miracolosi (taumaturghi) ellenistici. Nessuno può reggere al suo confronto. Se Cesare rivendicava una potenza «protettrice» durante la tempesta tanto da poter dire: «Non temere nulla! Tu porti Cesare e la fortuna di Cesare viaggia con te!», come leggiamo in Plutarco; se Cicerone scrive di Pompeo «che alla sua volontà non solo acconsentivano i cittadini, aderivano gli alleati e obbedivano i nemici, ma si piegavano persino i venti e le tempeste»; se di Apollonio di Tiana si diceva che era ambito accompagnarlo nei viaggi e nelle navigazioni più arrischiate perché con Apollo anche il mare restava calmo, come non dire di Gesù che, al cenno della sua voce, si placavano anche le tempeste più scatenate? Così la tradizione che ci parla di Gesù cercò allora di proclamare che in lui operava la mano di Dio. Gesù viene così rappresentato come «l'uomo di Dio» che supera tutti i taumaturghi e i salvatori del mondo ellenistico. Non bisogna esagerare l'influenza ellenistica, ma essa in qualche modo fu presente. Pesò molto di più l'eredità del Vecchio Testamento.

 



(continua)