“Perché mi chiamano buono?” (Mc 10, 18)
I tre Vangeli sinottici ci riportano, con sostanziale corrispondenza, una testimonianza preziosa per comprendere come Gesù stesse davanti a Dio con una fede consapevole della unicità di Dio come fonte della vita e della bontà (Mc 10, 17-18; Lc 18, 18ss; Mt 19, 16ss). Il brano è noto. Gesù è interpellato lungo la strada: “Maestro buono, che debbo fare per ottenere la vita eterna?”, Gesù dice: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo”. Matteo recita: “Uno solo è il buono”.
Qui si riscontra la eco fedele del vissuto di Gesù che ha la chiara consapevolezza di essere subordinato a Dio. Gesù conosce bene, da credente ebreo, che Dio è altro da noi, altro dalle creature. Gesù non vuole prendere il posto di Dio e mette in guardia il suo interlocutore affinché il rapporto sia corretto.
Declinando da sé l'appellativo di “buono”, vuole evitare ogni confusione e fare in modo che esso sia riservato esclusivamente a Dio. L'unico che è “il buono”, cioé buono in senso pieno e assoluto. Anche quando vive della vicinanza di Dio e annuncia il Dio che si fa vicino, Gesù ha un rispetto assoluto della trascendenza di Dio. Prima della “imposizione” dogmatica di Nicea, il testo di Marco 10, 18 ebbe un senso teologico marcatamente subordinazionista, cioè Gesù rifiuta l'attributo “buono” per illuminare la assoluta trascendenza del Padre su se stesso. Questo modo di pensare nei primi secoli, prima che si definisse l'ortodossia nicena e si “costruisse” il dogma trinitario codificato a Costantinopoli nel 381, era abituale e diffusissimo. Gesù era posto davanti a Dio sia pure in una posizione del tutto singolare. Questo suo stare al cospetto di Dio era costitutivo della sua umanità e della sua fede. Dopo il concilio di Nicea (325 d.C.), quando diventa essenziale per il potere “salvare” ad ogni costo il dogma, cominciano le astuzie e le peripezie esegetiche. L’idea fondamentale comune di Dio, unica e somma fonte di bontà, deve fare i conti con la “divinità” di Cristo e... la musica cambia. Gesù viene rivestito di molti panni divini e molti attributi di Dio vengono trasferiti a lui. Il passo di Marco 10,18 diventa “pericoloso”, avendo assunto il ruolo di una temibile obiezione ariana e cessa di essere positivo stimolo per comprendere la vita e la fede di Gesù. “L’esegesi si fa difensiva e si concentra nella ricerca di una spiegazione che possa opporsi validamente alla eresia. La riflessione intorno alla bontà di Dio si impoverisce, tende a diventare manocorde. In Oriente e poi in Occidente la spiegazione escogitata è riproposta con andamento quasi scolastico, per la necessità di adeguarsi ormai alla formula di definizione del dogma trinitario”. Ma la fede di Gesù, la sua fede nel Dio che era per lui e per tutti l'unica fonte inesauribile di bontà e di vita, viene oscurata. Si tenderà sempre di più a passare dalla fede di Gesù alla fede in Gesù senza avere debitamente rilevato il “salto” teologico connesso a questi linguaggi. La progressiva “divinizzazione” di Gesù eclissa la sua umanità e la sua fede.
Franco Barbero