da Il Lunedì Rosso del Manifesto del 12/01/2026
Il commento della settimana
di Micaela Bongi
Rieccola qui, stessa location, stesso format, stesso giorno, 9 gennaio, non più fine ma inizio anno perché lei ha deciso di inaugurare una «nuova tradizione» e, a rappresentare il rebranding, al posto dei classici bouquet floreali compaiono composizioni di rametti e spighe a forma di fiamma tricolore. A me gli occhi please, essendo il genere conferenza stampa, in base alla nuova «tradizione» meloniana, un evento che si celebra una sola volta nell’arco di 365 giorni, l’appuntamento assume il carattere di cerimonia solenne.
Un rito propiziatorio, si direbbe almeno dal punto di vista della celebrante che sceglie personalmente il tono, orienta, sferza e blandisce, costruisce e smonta la realtà – anzi ci prova, perché non sempre è possibile evitare le incursioni del mondo reale nella bolla – a suo piacimento. Come in un Truman show all’incontrario, per sottrarsi al confronto democratico con la stampa la premier Giorgia Meloni e i suoi collaboratori allestiscono annualmente un set-gabbia dove giornaliste e giornalisti, credendo di esercitare il loro mestiere, dovrebbero invece limitarsi, a loro insaputa, a recitare una parte.
Una parte comunque che richiede grande preparazione: una unica possibilità di andare a segno con la domanda giusta senza potersi focalizzare su un argomento, dovendo scegliere tra una lunga e articolata serie di fatti che si sono prodotti nell’arco di un intero anno e senza avere la minima possibilità di contraddittorio. Ansia da prestazione altissima, tutte e tutti nell’arena con tempi contingentati e costretti anche a parare colpi più o meno bassi (talvolta bassissimi, come accaduto anche ieri) in diretta Tv.
Se rispetto ai giornalisti la presidente del consiglio gioca a mantenere un rapporto alla pari (anche oltrepassando la soglia del ridicolo come fa quando rivendica un diritto alla privacy come fosse un qualunque cittadino), la sua insofferenza rispetto all’idea stessa della stampa come contropotere è in realtà palpabile. Un’insofferenza che è invece del tutto esibita nei confronti dei magistrati.
Quest’anno la premier e il suo staff hanno infatti montato anche un ring per dare il via in grande stile alla campagna referendaria sulla riforma della giustizia. Meloni guida le danze, ogni domanda è buona per accusare i magistrati di essere responsabili di ogni nefandezza, questioni elencate a casaccio che con la separazione delle carriere e dei Csm non hanno niente a che vedere ma che possono facilmente fare presa sull’elettorato.
Affondi che soprattutto rendono chiaro qual è il reale obiettivo del governo e della leader di Fdi: spianare ogni ostacolo si frapponga alla sua idea di giustizia, quella dei respingimenti (nel caso dei migranti) della repressione, della galera (anche per i giovanissimi: ma non voleva salvarli dalle «devianze» attraverso l’attività sportiva?), del “buttare la chiave” spazzando le garanzie costituzionali. Superfluo chiederle se è d’accordo con Donald Trump, lei queste cose le ha imparate molto prima.
La libera informazione è un fastidioso contrattempo, la magistratura un insopportabile intralcio, il presidente della repubblica anche se non sempre la pensano allo stesso modo al momento non è un problema solo perché «ha a cuore l’interesse nazionale», insomma non rema contro.
Ma tra palesi contraddizioni e malriusciti tentativi di depistaggio, persino la conferenza stampa di ieri, nonostante l’accurato allestimento, ha mostrato che con un po’ di sforzo e di fantasia ribaltare la finzione scenica, smontare il set, sottrarsi alla parte assegnata non è certo impossibile. Basta per esempio introdurre uno squarcio di realtà parlando delle condizioni materiali di vita, di lavoro, salari, pensioni. Basta non rassegnarsi a dover aspettare un altro anno.