da Volere la Luna del 14/01/2026
Clima e ambiente: lo sconfortante bilancio del 2025
di Margherita (Rita) Corona
La quantità di gas alteranti prodotta nel mondo non è mai stata così alta come in questo fine 2025, a causa di incendi inarrestabili, diminuzione della capacità di assorbimento delle foreste, attività antropiche. Di fatto una piccola percentuale di aziende è responsabile di più del 60% delle emissioni di CO2. Per non parlare degli effetti devastanti delle guerre. Un drone scagliato verso l’Ucraina si è schiantato sulla cupola costruita per sigillare la centrale di Chernobyl: se la copertura lesionata dall’urto non verrà completamente ripristinata, il rischio di emissioni radioattive è inevitabile.
L’aumento delle temperature medie ha ormai superato la soglia critica di 1,5° in più rispetto al periodo preindustriale, indicato dagli scienziati come molto pericoloso per la sopravvivenza del genere umano, mentre mari e oceani vanno spesso ben oltre (+ 5°), raggiungendo anche gli strati più profondi, da sempre deputati a mantenere inalterato l’equilibrio delle temperature del pianeta.
Negli Stati Uniti il piccone dell’Amministrazione Trump, giunto al potere con gli appoggi elettorali dell’industria delle armi, del fossile, dei prodotti chimici (concimi, pesticidi, plastica), sta demolendo la rete di Università, Centri di studio, Agenzie di controllo territoriale, che si occupavano del monitoraggio degli indici ambientali più svariati e della protezione degli ecosistemi, tagliando fondi e licenziando personale amministrativo e scienziati. E si porta dietro una pletora di paesi, tra cui l’Italia, proni agli interessi americani e delle multinazionali del fossile. Spinto da un’avidità incontrollata, Trump ha addirittura attaccato il Venezuela, il primo paese al mondo per riserve petrolifere, dichiarando spudoratamente “ci siamo ripresi il nostro petrolio”.
Cattive notizie vengono anche dall’utilizzo del carbone, il più emissivo dei combustibili fossili, che fin dagli accordi di Parigi del 2015, avrebbe dovuto essere definitivamente abbandonato, essendo la sua eliminazione fondamentale per disinnescare il riscaldamento globale, ma è tuttora la fonte più utilizzata per produrre energia elettrica sulla Terra e risulta la fonte primaria in Asia per elettricità e processi industriali. Pechino consuma carbone il 30% in più del resto del mondo messo insieme. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia IEA, l’uso del carbone nel mondo nel 2025 si aggira su 8.845 t contro le 8.805 del 2024, a loro volta in crescita rispetto agli anni precedenti e si prevede che la domanda aumenterà fino al 2030 dopodiché, grazie all’utilizzo di varie fonti energetiche pulite, comincerà a calare. Attualmente Cina e India insieme coprono il 71% dei consumi globali.
La Cina è la maggiore consumatrice di carbone, ma l’elettricità derivata da fonti alternative ha superato quest’anno quella da carbone e quindi il triste primato passerà all’India con 225 t in più entro il 2030 pur essendo in decremento e sono forti i consumi nei paesi del Sud-Est Asiatico soprattutto in Vietnam e Indonesia (89 Mld/t) per elettricità e per industrie altamente energivore (nichel, alluminio, cellulosa, prodotti chimici, cemento). Mentre la Cina ha delocalizzato le industrie, fatto grandi investimenti sugli impianti da rinnovabili, dato forte impulso al trasporto elettrico e resa di nuovo respirabile l’aria nelle sue città, in India la situazione è ormai ingovernabile. Recentemente a Delhi (30 milioni abitanti) il particolato fine ha superato di 400 volte la soglia al di sopra della quale l’aria diventa pericolosa per la salute umana e i tumori da inquinamento causano sempre più malattie e morti.
A proposito di gas serra la Cina emette il 29,2% del totale, l’India l’8,2%, gli Stati Uniti l’11,1%, l’Europa solo il 6%, ma assieme agli USA è stata la causa dell’accumulo di anidride carbonica in atmosfera per 300 anni. La siccità, a causa del riscaldamento globale, imperversa in tutta l’Africa e fa aumentare le zone desertiche ovunque nel mondo, anche in Cina come in Asia occidentale.
Gli effetti del cambiamento climatico cominciano a farsi sentire anche a livello politico, soprattutto nei paesi dove vigono regimi non democratici, dove dilagano la corruzione e l’incapacità di affrontare gli eventi estremi, per l’impreparazione dei tecnici nominati dai regimi in base alla loro fedeltà e non per le loro abilità professionali. Emblematica è la situazione dell’Iran. A Teheran, che ha 10 milioni di abitanti, i pozzi illegali stanno esaurendo le risorse idriche delle falde acquifere, anche le più profonde, mentre le dighe preposte all’approvvigionamento, che forniscono acqua all’agricoltura e a tutte le grandi città, da tempo senza manutenzione, contengono meno del 10% di riserve e i ghiacciai che le alimentavano sono ormai a secco, essendo diminuite le precipitazioni del 40%. Il regime è arrivato addirittura a pensare di evacuare la capitale, cosa evidentemente inattuabile. Tutte le grandi città iraniane restano interi giorni senz’acqua per la gestione sciagurata delle risorse idriche, e la terra assetata non dà più frutti, con gravi danni per l’economia e la vita dei suoi abitanti. Inoltre, con la siccità e l’inflazione galoppante i mercati restano semivuoti e così anche gli agricoltori e i bazari, da sempre sostenitori del regime degli Ayatollah, si stanno rivoltando. Da settimane tutte le città sono bloccate da scioperi e manifestazioni le quali uniscono alle proteste della società civile, giovani, studenti, donne, operai, anche i commercianti dei bazar e i contadini. L’esasperazione verso gli ayatollah è ormai arrivata a un livello insostenibile malgrado la durissima repressione: le conseguenze dei problemi ambientali, la sete e la fame hanno contribuito ad esacerbare gli animi di tutte le classi sociali anche di quelle un tempo fedeli al regime, e forse finalmente il popolo iraniano tornerà ad essere libero.
Come si vede le conseguenze del capitalismo estrattivo che concentra le ricchezze nelle mani di pochi ed in questo ultimo secolo ha bruciato il 50% del capitale naturale a disposizione di ognuno di noi, stanno venendo al pettine e causano la povertà e la sofferenza di molti popoli finendo per risultare un pericolo reale per l’attuale sistema. Per contro comunità e cittadini lavorano sottotraccia ovunque per invertire l’andamento di queste pratiche suicide e andare verso uno sviluppo sostenibile che rigeneri le risorse naturali del pianeta. Ma questa è un’altra storia.