martedì 10 febbraio 2026

Il nostro è un paese di molti sconfitti. 

Ma non vinti

dal libro:  “Antologia degli sconfitti” di Niccolò Zancan - Einaudi 2024


Sono nato a Torino nel 1971, l'anno di molti record.

A quel tempo costruivano palazzi e grandi giardini condominiali. Piazza Volvograd in mezzo alla pianura. Il laghetto artificiale con le anatre d’allevamento. Strade nuove tirate verso il nulla e, al fondo di quel gigantesco nulla, il primo centro commerciale con quattro rampe sotterranee. Non c'era mai stata così tanta euforia. Non c'erano mai state così tante auto da parcheggiare. Sembrava  che il futuro fosse infinito.

Il 1971 è stato l'anno con più bambini: 19.683 contro 11.393 morti. La vita soppiantava ogni lutto, esigeva spazio. Un milione e trecentosettantatremila abitanti, ma così tanti. La grande metropoli del triangolo industriale era un mosaico di speranze, ognuno contribuiva con la sua stessa vita. Quell'anno sembrava una scommessa che tutti erano convinti di vincere, e la scommessa diceva pressappoco così: le cose, tutte le cose, le cose di tutti, si aggiusteranno. Andrà meglio. Ai nuovi operai erano destinate case basse senza ascensore. Ai colletti bianchi palazzi più alti, allacciati ai servizi. Interi pezzi di campagna diventavano urbanizzati, c'erano mucche e nuove utilitarie, polenta del Polesine e olive di Cerignola. La città era la fabbrica. Nemmeno un pittore astrattista poteva dirsi escluso. Perché ogni cosa nasceva nel marchio della fabbrica o nel suo riflesso. Via dei Glicini. L’eroina. Il terrorismo. Il piombo e l’acciaio. Avvocati della fabbrica, commercialisti della fabbrica, medici della fabbrica. Altri operai arrivavano per rimpiazzare i morti della fabbrica, in numero doppio e triplo.

Nel 1971 i dipendenti della Fiat erano 171.000. Fu l'anno del lancio della 127. Costava 920.000 lire. Un operaio guadagnava 123.000 lire al mese, riusciva a comprarla nel giro di due anni. E infatti, quell'auto fu guidata da 5 milioni di persone. Le colonie marine si affollavano da giugno a settembre. Il sole era un toccasana. L'Autostrada dei Fiori, un certificato di felicità. Perché se eri lì, su quella striscia di asfalto, allora significava che ce l'avevi fatta.

Persino la squadra di calcio della fabbrica si fondava su questo principio sacro: vincere non è importante, vincere è l'unica cosa che conta.

I figli del 1971 erano venuti al mondo cullati da quella convinzione, nati nel segno della vittoria. L'operaio, prima o poi, si sarebbe trasferito in una casa con l’ascensore. Nuovi pullman avrebbero collegato i quartieri della periferia al centro della città.

Sarebbero venuti al mondo molti altri bambini ancora, altri nipoti, altri viaggi al mare e parcheggi sempre più grandi. E tutti avrebbero comprato una seconda casa, non soltanto la prima. 

Perché proprio questo era il contratto: produci, consuma, crepa.

Ma intanto, almeno, espandi la metratura. Ripenso spesso alla signora Egle Zorzan, sospesa sul bordo di un cassonetto dell’immondizia. Da allora la Fiat ha cambiato nome. Ha spostato la sede in Olanda. Oggi alle carrozzerie di Torino Mirafiori restano 3178 operai, ma il 70% andrà in pensione nel giro di sette anni. Il laghetto artificiale è imputridito.

Non c'è mai stato quel pullman per andare e tornare dalla periferia. Interi quartieri si stanno spopolando e tutte le case, quelle degli operai e quelle degli impiegati, cadono a pezzi perché sono state costruite con materiali scadenti. Il record dei nati è stato sostituito dal record dei morti. 

Questo è successo. La scommessa è persa.

Viaggiando molto, mi sono accorto che tutti i posti assomigliano a Torino. Nelle case delle periferie italiane abitano insegnanti senza soldi per passare un weekend al mare. Fattorini controllati dall’algoritmo tagliano le strade di notte, pedalando forsennatamente. Ragazze e ragazzi lavoratori andranno in pensione a 73 anni, persino più poveri da vecchi. Sono loro i figli dei figli del 1971. Nel quartiere Rebaudengo, dentro un pezzo di periferia deindustrializzata, rimane lo scheletro della vecchia Gondrand, che fu la prima azienda di consegne su larga scala. Adesso, fra tetti pericolanti, piscio e rifiuti, si aggirano ragazze e ragazzi fatti di crack. I residenti del palazzo di fronte hanno ottenuto l'autorizzazione del Comune per costruire un muro. Lo hanno pagato di tasca loro: un muro per non vedere l’orizzonte.

E questa la guerra sotto casa. Poveri contro poveri, impoveriti contro impoveriti. Ed è qui, sullo sfondo di un Paese in macerie, che vivono a stento gli sconfitti. 

Ma non sottomessi, senza dignità, abbruttiti. Non “vinti”.