da Il Fatto Quotidiano del 10/03/2026
L’intervista
Franco Gabrielli - L’ex capo della Polizia
“Riforma pericolosa, voto No: la politica controllerà le toghe”
di Wanda Marra
“Voto convintamente no. E non perché ritengo che in questo paese non ci sia il problema della giustizia, ma perché l'indipendenza della magistratura è un bene prezioso, una garanzia per tutti, un valore da preservare sopra ogni cosa". Franco Gabrielli, l'ex capo della Polizia, alla fine si schiera. Perché la Carta va "modificata il meno possibile" e "ogni volta che si carica una modifica di aspettative di parte si fanno sfracelli”.
Meloni è entrata con tutto il suo peso nel dibattito.
Mi sembra normale, anzi mi sembrava ingiustificata la cautela usata prima, con la scelta di non metterci la faccia per paura di ripercussioni sul governo. Questo referendum si sta connotando anche sotto il profilo politico, ma a me interessa quello che la riforma cerca di affrontare.
Qual è il suo giudizio sul merito allora?
E’ una riforma sbagliata. E non c'è nulla che possa significativamente incidere sui problemi seri del paese, dalla lentezza della giustizia all’esecuzione della pena. Mentre si rischia di scardinare la separazione dei poteri.
Quali sono gli aspetti più pericolosi?
Prima di tutto il meccanismo del sorteggio per eleggere il Csm: una minoranza strutturata e coesa, la componente laica, selezionata da un elenco ristretto e poi eletta dalle Camere, può facilmente prevalere su una maggioranza destrutturata, la componente togata, perché quest’ultima è selezionata dal caso. Si altera il baricentro del governo autonomo e si stravolge il principio dell’indipendenza della magistratura. Questo anche se il problema delle correnti esiste. Poi immaginare un’alta corte punitiva rafforza il potere della politica rispetto a quello giudiziario.
Il che prelude all’obiettivo di sottomettere le toghe all’esecutivo?
È l’approdo inevitabile. Ma per votare No basta esaminare quello che c’è ora.
Il pm diventerà una sorta di “macchina dell’accusa”?
Il compito del pubblico ministero resta l’accertamento di una verità processuale, tanto è vero che all’esito delle indagini preliminari può chiedere l’archiviazione quando non ravvisa elementi sufficienti.
La riforma agisce sugli errori giudiziari, come dice il governo?
No. Incide solo sull’autonomia e l’indipendenza della magistratura. È come se qualche poliziotto utilizzasse male le armi e allora si decidesse di toglierle a tutti. Quando vennero alla luce alcuni abusi della Protezione civile, invece di intervenire su quelli, si limitarono i poteri della gestione emergenziale, passando da un iper-attivismo a un’ipo-attività. La sciagurata riforma del Titolo V, concepita anche per inseguire consenso nelle aree più sensibili alla spinta federalista, si è rivelata una manomissione della Carta, con effetti distorsivi ancora visibili negli equilibri istituzionali.
Resta che la riforma è punitiva verso la magistratura.
Si mette la croce sui magistrati senza considerare che una delle cause del malfunzionamento della giustizia è dovuto a leggi difficili da interpretare e applicare. Una bulimia normativa che nell’ultima stagione si è caratterizzata con una iper-decretazione d’urgenza. La fretta ha il sopravvento, le norme non sono coordinate e una serie di contraddizioni lasciano aperti dubbi interpretativi. È abbastanza singolare che la politica – che ha la principale responsabilità – ritenga la magistratura causa di tutti i problemi. È il più classico scaricabarile.
Meloni dopo i fatti di Torino ha chiesto per chi ha aggredito gli agenti il reato di tentato omicidio. Una saldatura tra l’azione repressiva del governo e la voglia di controllare la magistratura?
Per questo governo lo strumento penale serve a regolare tensioni e conflitti sociali, ponendo al centro gli effetti e non la risoluzione delle cause. Meloni ha detto esplicitamente che i magistrati stanno sabotando le azioni del governo. Da sincero democratico non posso condividere una concezione simile: i magistrati sono garanti del rispetto delle leggi, non dei governi.
Che ci insegnano casi come quello di Rogoredo?
È un episodio molto grave. C’è un poliziotto che ha commesso un delitto e ha inquinato le prove. E poi la presa di posizione acritica a salvaguardia dei comportamenti delle forze di polizia può incrinare la fiducia dei cittadini.