da Il Manifesto del 06/03/2026
Il Senato Usa affossa la risoluzione contro il conflitto
di Marina Catucci
Dopo aver più volte dichiarato che la guerra in Iran non riguarda un cambio di regime, Donald Trump si è ricreduto e ha affermato di dover essere coinvolto nella scelta del prossimo leader iraniano. Lo ha riportato Axios, citando le parole del presidente Usa: «Il figlio di Khamenei è inaccettabile per me. Vogliamo qualcuno che porti armonia e pace in Iran. Devo essere coinvolto nella nomina, come è successo con Delcy (Rodriguez) in Venezuela».
Anche se l’Iran non ha ancora annunciato un nuovo leader, Mojtaba Khamenei, figlio della defunta Guida suprema, è una delle figure più influenti dell’establishment clericale iraniano ed è considerato un possibile successore del padre.
LE RAGIONI dell’attacco all’Iran continuano a essere fumose. La teocrazia islamica al potere, le capacità nucleari dell’Iran, i suoi missili balistici, i suoi alleati, Israele: tutto questo fa parte della narrazione mutevole di Trump riguardo alle ragioni che l’hanno portato a colpire l’Iran e a uccidere il suo leader senza prima ottenere l’approvazione del Congresso.
A Capitol Hill una minoranza ha provato a farsi valere ma, senza sorpresa, la risoluzione sui poteri di guerra proposta al Senato degli Stati uniti per impedire al presidente di ordinare ulteriori attacchi contro l’Iran non è passata. A chiedere il voto era stato il senatore democratico Tim Kaine, affiancato dal repubblicano Rand Paul, unico ad essersi schierato con l’opposizione nonostante la linea contraria del suo partito, che detiene la maggioranza alla Camera alta.
FINO A POCHE ORE prima della votazione, i democratici avevano cercato di convincere altri repubblicani a votare per riaffermare il controllo del Congresso sulla dichiarazione di guerra, partendo da Todd Young, che a gennaio aveva sostenuto una misura per limitare nuove azioni militari in Venezuela, ma ancora prima di entrare in aula Young ha annunciato il suo voto contrario.
Tra i dem c’è stata un’unica defezione, arrivata dal senatore John Fetterman, che ha definito la massiccia operazione militare di Trump contro l’Iran «una cosa positiva» e ha affermato che, dopo la morte di Ali Khamenei, «il mondo è migliore». Sul sì alla guerra, però, iniziano ad arrivare proteste.
Durante l’udienza, Brian McGinnis, un veterano dei marines candidato per il Partito Verde alle elezioni del 3 novembre 2026 per rappresentare la Carolina del Nord al Senato, ha iniziato a urlare: «L’America non vuole mandare i suoi figli e le sue figlie in guerra per Israele». Alcuni agenti della polizia del Campidoglio sono subito intervenuti nel tentativo di portarlo fuori dall’aula. L’uomo si è aggrappato a una porta, mentre ai poliziotti dava man forte il senatore repubblicano Tim Sheehy, che ha cercato di trascinare fuori dalla stanza McGinnis. La mano dell’ex militare si è incastrata tra lo stipite e la porta: in base ha quanto ha affermato in seguito McGinnis, in quel momento gli si è rotta la mano. Gli agenti intervenuti lo hanno accusato di averli «aggrediti violentemente», ma nei filmati si vede l’uomo in divisa opporre resistenza passiva, senza aggredire nessuno, mentre un testimone in aula urla: «Un senatore gli ha rotto la mano!».
SECONDO MARK ELBOURNO, un funzionario del Partito Verde, l’intento di McGinnis era quello di fare pressione sul Senato affinché interrompesse i finanziamenti per la guerra contro l’Iran: «Non ha aggredito nessuno, voleva solo essere ascoltato. È stato aggredito. Gli hanno rotto un braccio».
La polizia del Campidoglio ha fatto sapere che McGinnis deve ora rispondere di tre capi d’imputazione per aggressione a un agente di polizia, tre capi d’imputazione per resistenza all’arresto e un capo d’imputazione per assembramento, ostruzione e disturbo per aver interrotto l’udienza della commissione.