da Il Manifesto del 16/03/2026
<<Devi amare la guerra. Ce lo gridano sempre, non lo accettiamo>>.
di Michele Giorgio
Parla Ella Keidar, attivista israeliana contro l’uso della forza di Trump e Netanyahu.
<<Il dissenso è visto come tradimento>>.
I sondaggi sono chiari. La maggior parte degli israeliani, tra il 70 e l’80%, appoggia la guerra di Netanyahu e Trump contro l’Iran. Gli altri nutrono dubbi, a vari livelli e di diversa natura. Solo pochi, anzi pochissimi, hanno la forza e il coraggio di scendere in strada per chiedere la fine della guerra, in un clima sociale che tende a considerarli traditori. Tra questi c’è Ella Keidar, refusenik di 19 anni che un anno fa è stata incarcerata per aver rifiutato la leva militare. Keidar è anche una militante del Maki, il Partito comunista, e ieri, assieme a decine di attivisti di Mesarvot, obiettori di coscienza, per la terza volta dal 28 febbraio ha manifestato a Tel Aviv contro la guerra. «Il nostro movimento crescerà, non resteremo in silenzio e continueremo a lottare contro l’aggressione israelo-americana in Medio Oriente», scandivano i manifestanti riuniti in piazza Rabin. Abbiamo intervistato Ella Keidar a Tel Aviv.
Il premier Netanyahu afferma di aver lanciato, assieme a Trump, una guerra preventiva contro l’Iran per impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari e di minacciare l’esistenza di Israele.
Queste affermazioni fanno parte della narrazione sionista dell’essere costantemente sotto attacco, sempre in lotta per la propria sopravvivenza. In questo modo si vuole giustificare qualunque cosa si ritenga necessario fare per mantenerci al sicuro. Lo abbiamo visto dopo il 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas nel sud di Israele, e lo vediamo ora con l’Iran presentato come il grande nemico, la testa del serpente. Si vuole spaventare la popolazione per metterla nelle condizioni di giustificare qualunque cosa. Non importa che si tratti di bombardare scuole o ospedali oppure di assassinare capi di Stato stranieri, perché dobbiamo mantenerci al sicuro.
Affermi che sicurezza e nucleare non rappresentano i veri motivi di questa guerra. Che cosa ha spinto dunque Netanyahu e Trump a scatenarla?
Ci sono motivazioni diverse. Prima di tutto il petrolio. Il petrolio entra sempre in gioco quando un conflitto riguarda il Medio Oriente. È fondamentale anche la questione dell’egemonia regionale. Interessa a Israele e anche all’Iran. Ma oltre ai molteplici interessi del capitale globale, in questa guerra pesa una dimensione personale, perché quanto viviamo è anche il risultato della volontà di due uomini. Penso che Trump e Netanyahu abbiano molto da guadagnare dal conflitto in termini di immagine e sul piano elettorale.
Il dissenso, in tali circostanze, viene emarginato e attaccato. Quanto è difficile oggi per un israeliano opporsi pubblicamente alla guerra?
È difficile, ma non è qualcosa di nuovo. C’è sempre stata una repressione politica forte, se guardiamo a tutta la popolazione e non solo alla sua maggioranza ebraica. Non dimentichiamo che fino al 1966 tutti i palestinesi all’interno di Israele vivevano sotto un governo militare. E, dopo tanti anni, i palestinesi, ovunque essi siano, subiscono varie forme di repressione e la negazione di diritti fondamentali, oltre all’occupazione e a tutto il resto. Questa guerra con l’Iran rappresenta un livello successivo all’interno di una tendenza più ampia. C’è un progressivo irrigidimento dei controlli su ciò che è consentito dire e su ciò che non lo è, insieme a un’escalation nella risposta dello Stato a determinate affermazioni considerate inaccettabili.
Cosa pensano di te e degli altri attivisti gli israeliani che invece appoggiano senza esitazioni la guerra?
Il giudizio è molto negativo. I media ci rappresentano come nemici e l’intera popolazione è chiamata a indulgere in questo spettacolo ben apparecchiato contro di noi e contro le nostre posizioni. Non poche persone pensano che dovremmo essere mandati a Gaza, se non addirittura giustiziati, per le nostre idee. Poi ci sono quelli che ci vedono come una specie di sgradita deviazione generata dallo Stato liberale, qualcosa con cui bisogna fare i conti, ma senza darci spazio, senza offrirci una piattaforma e senza ascoltarci. Chi non è in linea con il consenso nazionale deve fare i conti anche con alcuni influencer di estrema destra che istigano le persone a fermarci quando agiamo in pubblico, e dalle parole sempre più spesso si passa a molestie e intimidazioni.
Lo stato di guerra permanente, teorizzato e attuato dal governo Netanyahu, si sta normalizzando nella società israeliana, in particolare tra le generazioni più giovani
Assolutamente sì. Credo che già prima ci fossero una drammatizzazione e un’esaltazione dell’uso della forza militare come unica soluzione. Ora nei media si parla anche di qualcos’altro. Si sta diffondendo una cultura della guerra che potremmo definire grottesca, edonistica e neoliberale: una sorta di «benessere in tempo di guerra». Si discute di come prendersi cura di sé stessi, di come tornare al lavoro mentre cadono i razzi. C’è una specie di feticizzazione dell’idea che bisogna stare bene proprio adesso. Capita di vedere in tv o di ascoltare alla radio uno psicologo scelto a caso che spiega che alcune persone si sentono più rilassate durante la guerra che nella vita quotidiana, perché sono sempre sotto pressione, devono fare mille cose, mentre con la guerra, paradossalmente, si sentono più tranquille. Lo trovo perverso. Il messaggio che arriva da ogni direzione è: devi amare la guerra. Ce lo gridano continuamente.