don Franco Barbero racconta
Storie, storielle e storiacce
1. L’infanzia a Pinerolo prima di entrare in seminario (1939-1950)
Sono nato a Savigliano il 24 febbraio 1939.
Della primissima infanzia ricordo il periodo della guerra. Vivevamo in povertà, nella mia famiglia si mangiava poco.
Un soldato tedesco aveva fatto amicizia con noi bambini e veniva ogni tanto a portarci qualcosa da mangiare, era una brava persona e noi erano contenti di vederlo.
Quando c’erano i bombardamenti, ci portavano tutti sotto terra, nel cosiddetto rifugio. C’era chi piangeva, chi riusciva a dormire, donne incinte. Di quei momenti in attesa che i bombardamenti cessassero ricordo una donna che raccontava il Vangelo in una maniera incredibile. Mi affascinava: non leggeva il vangelo, lo raccontava, raccontava come Gesù si rapportava ai bambini e ai poveri e quei racconti mi sono rimasti nel cuore.
Mia mamma e mio papà erano molto credenti. Avevano poco da mangiare, ma facevano assistenza a una povera donna e mio papà andava di notte a cercare il pane. Entrambi erano molto assidui la domenica alla messa.
Mio papà lavorava alla portineria della Beloit Italia a Pinerolo, era il capo dei guardiani della fabbrica, avendo fatto in precedenza il carabiniere. Noi vivevamo lì, eravamo papà, mamma, due fratelli e sei sorelle.
Mio papà si alzava molto presto per andare a lavorare e a fine giornata, quando rientrava a casa stanco morto, ci radunavamo attorno al tavolo e lui ci diceva “adesso c’è la preghiera”. Padre Nostro, Ave Maria e tutte le preghiere tradizionali, il Credo di speranza. Mio papà, spesso si addormentava durante le preghiere e io e Alberto, mio fratello, ci mettevamo a ridere perché non capivamo. Mamma ci diceva “non si fa così con papà”... papà non riusciva più a riprendersi e doveva andare a dormire.
Anch’io già a otto anni mi alzavo prestissimo, alla stessa ora di mio padre che doveva andare a lavorare, per andare alla prima messa in Parrocchia, quella delle 6 e mezzo. Era una mia scelta, andavo da solo facevo la strada a piedi, via Rochis. Non c’era ancora la attuale chiesa di San Lazzaro, ma la chiesa di legno. Assistevo a due messe e poi tornavo a casa. C’era un parroco burbero e un altro molto dolce. Facevo il chirichetto, ero animato dal desiderio di pregare. Ero colpito dal fatto che Gesù voleva bene ai bambini e a quelli che soffrivano.
Quando con i bambini del borgo uscivamo da scuola il pomeriggio alle quattro e i giorni in cui non c’era scuola ci trovavamo per giocare.
Tra i nostri giochi c’era un gruppo di lettura, di ascolto del Vangelo. Io la mattina presto sentivo ciò che il bravissimo prete narrava in parrocchia nella prima messa e nella seconda messa e poi lo narravo ai miei coetanei. A loro piaceva il mio racconto, mi chiamavano Franco, Franco! Erano molto affezionati. E poi se moriva un uccellino facevamo il funerale. Spesso giocavamo al “gioco della messa” e io facevo il prete che la celebrava.
Di quei bambini è ancora viva Giuliana, ora è molto anziana come me, mia sorella ha il suo indirizzo e me l’ha dato.
Anche se è stata una mia scelta, il mio ingresso in seminario ha determinato la separazione da tutti questi affetti. Con questi bambini mi trovavo bene. Dopo la scuola giocavamo tutto il pomeriggio, anche dopo cena a volte; fino alle nove non si andava a dormire. A casa la vita era molto bella, i miei ci volevano molto bene.
sabato 21 il prossimo appuntamento con le "Storie..."