martedì 18 settembre 2007

UN ALTRO PRETE VERO

Laura Matteucci ha incontrato don Colmegna che sta facendo un digiuno solidale con i Rom espulsi, L’Unità di giovedì 13 settembre ha riportato la sua intervista.


Don Colmegna, digiuno solidale con i Rom espulsi

«La situazione sta degenerando perché quella dei Rom è diventata materia molto quotata sulla borsa politica. Basta non volerli, e sei tranquillo che la gente sarà con te».

Secondo giorno di digiuno, «digiuno solidale con chi soffre», per don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità di Milano, uomo della carità effettiva, uno dei pochi rimasti a spendersi davvero nel milanese (e in Italia) per chi vive situazioni di disagio sociale.

L’ultima emergenza sono i Rom espulsi dal campo di via San Dionigi, a cui solo lui ha aperto le porte. Il Comune non ne vuole sapere, che se ne occupi il governo, «che parla tanto e non molla un euro».

Lontano dagli ideologismi di chi fa dei Rom un’etnia martire, consapevole dei fenomeni di illegalità esistenti, don Colmegna affronta il problema. «Digiuno come condivisione cristiana», ma anche come «appello alle istituzioni, a imprenditori e privato sociale» perché si trovi una soluzione.

Situazione analoga a quella degli sgomberati di Pavia, rimbalzati per giorni da un paesino all’altro per poi finire con la promessa del Comune che saranno pagati (mille euro) per tornarsene in Romania.

Don Colmegna, come legge quanto è accaduto a Pavia nei giorni scorsi?
«Mi preoccupa molto. Stiamo etnicizzando la paura, i Rom sono diventati come le discariche, e lo sgombero diventa l’immagine simbolica del rifiuto. Pavia è emblematica del clima che si è creato, di un atteggiamento ormai incontrollato di rifiuto sempre più forte, di un’intolleranza che arriva al razzismo e che si aggancia ad una politica rabbiosa. Fatto paradossale, il tutto rivolto verso un popolo che non ha mai fatto una guerra».

Quale dovrebbe essere il compito della politica?
«Io penso debba essere anche quello di ridare il senso della possibilità di risolvere i problemi. La Regione Lombardia quindici anni fa fece una legge sugli zingari, per il loro inserimento, ed è una legge che però non viene più finanziata. In termini politici, c’è il vuoto totale».

Molti cittadini si sentono insicuri vicino ai Rom, non vogliono i campi sotto casa. La politica dovrà ascoltare anche loro, e in generale la diffusa domanda di sicurezza, giusto?
«Certo, anche questi sono bisogni che vanno ascoltati. Ma è proprio questo il punto».

Qual è il punto? Come si risolve la questione?
«Bisogna consegnare all’opinione pubblica l’idea, documentata, di percorsi positivi possibili. Come quelli che abbiamo iniziato noi con i Rom di via San Dionigi: percorsi di inserimento lavorativo per gli adulti, di inserimento scolastico per i bambini. Anche questo è il rischio: che gli sgomberi interrompano questo filo che abbiamo iniziato a tessere. Molti Rom lavorano, e fanno tutti quei lavori che nessuno vuole più fare: lavorano con l’amianto, per esempio, fanno vendemmie, tutto in nero. E, infatti, insieme al sindacato stiamo anche affrontando il problema dell’emersione dal nero. Tra l’altro, abbiamo aperto una cooperativa di lavoro proprio in questi giorni».

Più mediatori, dunque.
«Più mediatori, che affrontino i bisogni dei Rom come anche degli italiani. Ma non solo. Bisogna stipulare dei patti con la Romania. Ci vuole una politica complessiva. Tutto il resto fa ridere. I campi sono insicuri? In via San Dionigi ci sono stati tre incendi, l’ultimo a giugno, ma nessuno è intervenuto per ricostruire. Molti chiamano in causa il Prefetto, che faccia, che decida. Ma che potere ha, visto che prevale la logica del localismo, che qualsiasi sindaco può dire “io quelli non li voglio”? Non si possono fare dei grandi campi nomadi, ci vogliono e aree ristrette? D’accordo, va bene, ma ditemi dove».

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