domenica 24 febbraio 2008

I TORMENTI DEL PRETE SPOSATO: «NON CREDO PIÙ NELLA CHIESA»

Ricevo da Lorenzo Tommaselli e pubblico


Dietro le quinte. Nato e cresciuto a Teulada, ha avuto una crisi d'identità. Nel suo quartiere altri tre hanno fatto la stessa scelta. Angelo Ledda è stato ordinato sacerdote in un anno caldo, il '68 In Seminario un indottrinamento con la paura di finire all'Inferno.


«Il mio è un quartiere particolare, ci abitano altri tre che hanno fatto la mia scelta, ex preti». La frase galleggia tra il soffitto foderato di perlinato e il pavimento lucido di una cucina all'americana, un tono più bassa dei rintocchi di un orologio che segna le tre del pomeriggio. Angelo Ledda ha sessantacinque anni e due vite alle spalle, sintetizzate dal titolo del libro scritto due anni fa (Ex prete. Dirlo a mia figlia, Aedo edizioni, 256 pagine). Nella prima è stato un bambino cresciuto a Teulada e spedito in seminario. Nell'altra un vice parroco in paesini di Sulcis e provincia di Cagliari. Oggi è sposato, ha una figlia di undici anni e una serie di riserve sulla Chiesa: «Ne esistono di due tipi: quella dei padri Morittu e Cannavera, e quella del cardinale Ruini. Ci sono le grandi giornate a tema organizzate in varie città del mondo, che considero marketing applicato alla religione, e il messaggio vivo e genuino di Cristo che muove tanti preti. Beninteso che la gerarchia vaticana ha in mano tutto, tratta con gli altri Stati, agisce al di sopra del Vangelo, in dissonanza coi principi di Gesù, e in una battaglia fondamentale come la moratoria per la pena di morte ha un peso piuttosto ridotto».


Perché si è fatto prete?
«Facevo il chierichetto, una famiglia molto religiosa, la mia. Quando mi fu chiesto se volessi andare in seminario risposi sì. Avevo undici anni, non ero granché consapevole, la motivazione era legata all'età. Ho letto un'intervista al cardinal Martini che sosteneva di sapere con precisione quale fosse la sua strada fin da piccolo, io proprio no. Ammiravo i preti che frequentavo, questo è sicuro, avevo e ho stima di molti di loro».

Ordinato sacerdote nel?
«1968. Anni particolari, c'era una Chiesa diversa, si profilava una ventata di novità, un ruolo più aperto, per i preti. Anche se è di quegli anni l'enciclica Sacerdotalis coelibatus di Paolo VI che stabiliva l'utilità del celibato anche nei nuovi tempi».

Cosa l'ha spinta a lasciare la tonaca?
«Una crisi d'identità. Lo comunicai a monsignor Cogoni, rimasi sei o sette anni in un limbo. Campavo con lo stipendio da insegnante di Lettere. Vedevo che tanti preti soffrivano come me e non mollavano, quindi ho riprovato a esercitare la mia funzione. Non è come smettere di fare il magistrato o l'avvocato, Paolo VI aveva paragonato a Giuda i preti che lasciavano la tonaca».

Quindi?

«Non ero più convinto dell'efficacia, tante cose si facevano più per abitudine che per altro. Mettevo in discussione il modo di fare il prete. Anche il celibato, certo, Gesù nel nuovo testamento non parla mai dei sacerdoti. Negare la possibilità di amare un'altra persona è quasi contronatura, una violazione dei diritti dell'uomo».

Quanti preti violano il celibato?

«Credo che ci sia ancora qualcuno che lo osserva. Nella Chiesa ho conosciuto persone che non avevano il testosterone, quasi asessuati e comunque lo stimolo era assente. Tanti invece vivono il celibato con sofferenza, alcuni hanno la doppia vita, non conosco la percentuale. Non li condanno né li giudico».

Perché è vietato il matrimonio?
«Sono stati portati motivi ascetici, ma l'inizio della regola ferrea ha un'origine storica ben precisa, con la Chiesa in pieno potere temporale. Potente e ricca, collabora politicamente alla gestione del mondo, è ha l'esigenza di tenere stretta la proprietà di tutto. Senza matrimonio il sacerdote diventa nella piena disponibilità della gerarchia. Si dice Gesù non si è sposato, ma Gesù non ha fatto tante altre cose, anche perché è arrivato solo a trentatré anni. Però aveva un rapporto semplice con le donne, non era certo sessuofobico».

I rapporti con la Chiesa?
«Quando comunichi la tua intenzione di smettere la tonaca ti fanno interrogatori con domande tipo: "A casa tua sono tutti sani di mente? e tu come stai?". Ti raccomandano di sposarti ma non dirlo in giro, non andare dove ti conoscono come prete. Un abominio».

I ricordi del seminario?
«C'è un indottrinamento. Ti dicono: se lasci tradisci, se cambi strada andrai all'inferno, se ti masturbi finisci all'inferno, ci ripetevano che lì era pieno di bambini. Discorsi che lasciano il segno. Frasi gravi dette in buona fede da persone che avevano subito lo stesso trattamento. È inevitabile il paragone con l'Unione sovietica. Molti concetti del comunismo erano giusti, l'analisi marxista della società era vicina alla realtà, sfruttatori e sfruttati, l'ha riconosciuto anche Ratzinger, ma il comunismo reale è stato un disastro, l'accusa più temuta dai cittadini era l'aver tradito il popolo. E se si guarda al messaggio di Gesù di condivisione, di amore, di fratellanza, è meraviglioso. Però da quando la Chiesa è diventata istituzione il potere è prevalso sul messaggio».

I Dico?
«Non ritengo che le unioni di fatto siano peccaminose, una volta che ci sono devono avere un riconoscimento legale».

L'omosessualità?
«Non hanno colpe morali, devono poter amare come sanno amare. Certo, anche se sono aperto, ho difficoltà ad immaginare la benedizione religiosa. Per dirla col comico Crozza: "Dobbiamo tenerci Leonardo da Vinci, che era omosessuale, o prenderci Ignazio la Russa?»

La pedofilia nel clero?
«La figura del prete può anche attirare persone che hanno altri fini, magari inconsapevolmente. Una volta messi nelle condizioni di non nuocere, i pedofili mi fanno pena, in molti casi sono stati vittime in gioventù. Detto questo la Chiesa deve stare più attenta».

Nel libro racconta di una parrocchiana che le aveva raccontato di avere tentato di procreare insieme a un prete perché suo marito era sterile.
«Spesso il prete può essere portato a coltivare questi surrogati dell'amore, che possono provocare danni inimmaginabili».

Si sente ancora un prete?
«Aiutare gli ultimi, ripudiare gli onori, tutte cose che ho imparato in seminario di cui ero e resto convinto. Però resto anche un prete a modo mio, mi piacerebbe avere un gruppo di riferimento, chiamiamola parrocchia, ma non posso accettare di fare il portavoce di un'istituzione in cui non credo più».
Da: L'Unione Sarda, 17/02/2008

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