"Obama e la sua amministrazione, oltre che la sua cultura, sono di fronte ad una sfida enorme. Perché è chiaro che il fondamentalismo islamico basti pensare all'attentato fallito sul volo Amsterdam-Detroit vuole a tutti i costi portare Obama ad una soluzione "bushista". Un secondo Bush targato Obama. Il disegno jihadista e chiaro, il rischio è forte ed è fondamentale che Obama lo eviti. In questo senso, sarà importante vedere come Obama si comporterà nello Yemen. E' sperabile che non usi le stesse armi utilizzate da Bush: in primo luogo, perché sono fallimentari, e poi perché finirebbero per rivolgersi contro Obama stesso e la sua politica. Se lui sbaglia all'estero, la stessa opposizione interna agli Usa diventerà molto più radicale. In questo momento Obama ha avuto critiche soprattutto per la gestione della riforma sanitaria o per il post-Guantanamo, per il suo profilo che è quello di un riformista moderato. Obama non è un radicale, lui cerca sempre di avere grandi alleanze e non maggioranze del 51%, e per questo è necessariamente aperto ai compromessi, ad una politica più moderata. Obama non lo ha mai nascosto, anche la sua campagna elettorale non è mai stata radicale, per certi aspetti lo era di più quella di Hillary Clinton. Il rischio vero è che Obama usi le armi della guerra. Vediamo se la sua cultura della diplomazia e del multilateralismo vincerà o se lascerà vincere invece la logica dei radicalismi, sia quelli interni all'America, e ce ne son tanti, che esterni".
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