Dopo le commemorazioni dell'11 settembre stanno per arrivare, inevitabilmente, quelle da dedicare al 7 ottobre, sempre del 2001, ovvero al momento in cui la sciagurata e maldestra impresa denominata pomposamente Enduring freedom portava, dieci anni fa, morte e distruzione in Afghanistan. Non i soli Stati Uniti, ma tutta la coalizione raccolta nella Nato si imbarcò allora in un'avventura che purtroppo non ha ridotto (ma anzi ha accresciuto) la mortalità militare nel mondo, senza far avanzare di un millimetro la causa della libertà di una popolazione che oggi vede nei talebani i migliori difensori nella lotta per cacciare lo straniero, e nella democrazia occidentale uno specie di macabro simulacro. Un risultato che è l'esatto contrario di quel che, anche in buona fede, potevamo desiderare. Uno stillicidio quotidiano di vittime militari colpisce le truppe di occupazione, che non sanno più che fare e prevalentemente si preoccupano di non saltare in aria su una mina. Il fine politico della guerra è totalmente fallito, e tutti lo hanno ormai ammesso (fuor che il nostro governo). La stessa conclusione vale sul piano militare, perché la popolazione afghana non ha mai accolto come liberatori gli Occidentali. Ma c'è da aggiungere anche una dimensione specificamente italiana. Ha senso che un Paese che sta navigando in torbidissime acque finanziarie si permetta di mantenere circa 4.000 soldati in Afghanistan, avendo speso ormai più di due miliardi (per il solo 2011 si parla di 800 milioni) per una causa del tutto perduta (o fallimentare)? Tanta ostinazione avrebbe meritato ben altrimenti nobili cause. Per dirla un po' banalmente, quante maestre e maestri in più avremmo potuto regolarizzare, quanti precari avrebbero potuto ottenere un posto fisso? La sicurezza internazionale può meritare spese e sacrifici; ma bisogna aver dimostrato che l'impegno profuso sia servito a qualche cosa. Altrimenti dobbiamo dirci, anche se un po' amaramente, che questo tipo di politica estera non rende, non migliora il mondo e semmai lo peggiora. In dieci anni non abbiamo migliorato per nulla la qualità della vita in Afghanistan. Perché allora non concludiamo questa avventura che è totalmente in passivo? Il discorso non vale certo solo per l'Italia: gli Stati Uniti hanno accresciuto il loro bilancio militare nell'ultimo decennio dell'ottanta per cento senza che la loro economia si riprendesse. Se tutti avessimo utilizzato i soldi che abbiamo fuso nell'impresa afghana in programmi di scolarizzazione, salute, sviluppo e industrializzazione, non avremmo certo avuto alcune migliaia di soldati morti occidentali, e più di 100.000 morti civili afghani. In sintesi, perché continuiamo a restare in Afghanistan a sprecare vite umane e denaro?
(Luigi Bonanate, Università di Torino)