Sei omofobo per gli studenti italiani è un’accusa infamante. Lo rivela un’indagine condotta dal dipartimento di Sociologia di Padova nell’ambito del progetto europeo “Citizen in diversity” che si è svolto nell’arco di quasi due anni. Gli studenti intervistati intendono l’omofobia come una forma di abiezione, di patologia, una lettura distorta della realtà di cui fanno le spese gay e lesbiche. In quanto forma estrema, può essere agita da “pochi”, in ogni caso “dagli altri”. Si tratterebbe di una sorta di “strategia difensiva” messa in atto dagli intervistati: se l’omofobia è una forma di intolleranza estrema non può essere diffusa. Non la pensano così invece gli studenti gay e lesbiche coinvolti nell’indagine. Questi hanno la percezione che molestie fisiche e verbali “possono capitare a chiunque”. Riferiscono di una routine della discriminazione. La difficoltà di fare coming out in famiglia, i troppi silenzi degli amici: “non mi chiedono mai coda abbiamo fatto nel week end, si rivolgono a me sempre al singolare”. Le lesbiche dicono che troppi pensano di loro che non hanno ancora trovato l’uomo giusto. I ricercatori hanno studiato che la discriminazione anti-gay nel nostro ordinamento giuridico, malato di “reticenza”, che esprime un constante diniego di situazioni di tutela. A volte a trovare le soluzioni sono i giudici. Nei casi di separazione, le Corti italiane hanno sviluppato un atteggiamento positivo verso la condizione di omosessualità del coniuge rispetto alla prole. Più volte hanno sostenuto che la convivenza dell’ex coniuge con un/una partner del medesimo sesso non costituisce ragione per derogare al principio dell’affidamento a entrambi i genitori del figlio minore. Ma le Corti non possono creare leggi che non ci sono. Il compito spetta alla politica.