Nel video aveva detto anche lui «andràmeglio», partecipando alla iniziativa «It gets better» lanciata in Usa lo scorso anno dal giornalista Dan Savage dopo la terribile sequenza di suicidi di giovani gay nelle scuole e nelle università. Aveva 14 anni, viveva a Buffalo, vedere la sua foto, sentire la sua voce, fa venire a dir poco i brividi. Jamey Rodemeyer il 19 settembre scorso si è tolto la vita. Subiva molestie a scuola dalle elementari. «Non faccio che dire quanto vengo molestato, ma nessuno mi ascolta, che devo fare per farmi ascoltare dalla gente?»: questo il
testo del suo ultimo post. Lo scorso maggio aveva detto ai suoi amici di essere bisessuale, e aveva deciso di aderire all’iniziativa di Savage lanciando anche il suo video in modo che comparisse a fianco di altri nomi, meno noti e noti (tra cui Obama). I commenti al video sono stati per la maggior parte positivi. I negativi sono stati terribili: «Sei stupido, gay, grasso, devi morire». «Non mi interessa se morissi, perciò fallo e basta, tutti sarebbero più felici». Jamey aveva la famiglia al suo fianco, andava anche da un terapeuta. Non ce l’ha fatta lo stesso. Perché? Non si pensi che le ingiurie giunte a Jamey via web fossero così forti perché anonime. I dati che abbiamo a disposizione sulle sofferenze degli adolescenti gay e lesbiche possono aiutarci a intuire le cause del gesto estremo e della fragilità che ne è il presupposto. Una ricerca condotta su 37 paesi europei punta il dito contro il bullismo omofobico (Social exclusion of young lesbian, gay, bisexual and trasgender people of Europe). Due ragazzi su tre (61.2 per cento) subiscono discriminazioni a scuola, uno su due (51.2 per cento) in famiglia, uno su tre (29.8 per cento) tra gli amici. A fare le spese delle aggressioni, che sono fisiche e verbali, sono la fiducia e la stima in se stessi. Il bullismo omofobico uccide. Tanto più quando viene minimizzato.