giovedì 22 marzo 2012

RIFLESSIONE BIBLICA

Lo scandalo e la scommessa

(Giovanni 12, 20-33)


Per non lasciarsi paralizzare dalla paura e dallo sconforto i discepoli e le discepole di Gesù di Nazaret dovettero lentamente ritornare alle fonti, all'insegnamento del maestro.

Per loro non fu facile accettare l'insuccesso e la morte del nazareno. La fine ingloriosa di Gesù rischiò di porre fine ad ogni speranza. Solo la fiducia in Dio, di cui Gesù era stato uno straordinario testimone, animò e rianimò i loro cuori. Solo così faticosamente superarono lo scandalo e accettarono la scommessa di seguirne le orme, di annunciarne il messaggio.

Quando il redattore del Vangelo di Giovanni scrive sono ormai trascorsi almeno 60-70 anni da quegli eventi, ma ancora i "frutti della predicazione" sono scarsi.

La comunità giovannea che in alcuni momenti e in certi brani è tentata di predicare un Gesù glorioso, quasi divino, qui ripensa più a fondo il significato della vita e dell'opera di Gesù: qual'è stata la sua gloria?

Non certo il successo, non certo una accoglienza trionfale. La "gloria" di Gesù si è realizzata nella fedeltà alla sua vocazione di testimone e profeta del regno di Dio. Egli cercò tra la gente dei villaggi di alimentare la fiducia in un Dio che non esclude nessuno ed è "parziale", cioè si colloca a fianco dei più deboli.

Questa pagina del vangelo sembra dirci che questa è l'unica gloria anche per noi che cerchiamo di diventare suoi discepoli.

Si tratta di una "gloria" piuttosto paradossale, "ingloriosa", come quella del chicco di grano che, solo dissolvendosi, porta frutto.

L'immagine del chicco non è certo un invito alla macerazione o all'autoflagellazione, all'annichilimento di sé. Tutt'altro: essa indica che la fecondità del messaggio di Gesù deve fare i conti con le "stagioni di magra", con tempi lunghi ed incerti, con un impegno perseverante affidato a Dio e al cuore delle persone.

Direi di più: la fecondità del Vangelo non avviene in percorsi trionfali, in presenze e strutture imperiali, ma "nel cuore della terra", cioè nel cammino quotidiano di persone come i discepoli e come noi.


Il villaggio di cartone

Mi ha molto interessato l'ultimo film di Olmi.

Da una parte c'è la figura del sacrestano, tutto intento agli arredi, alle strutture e al buon nome della vecchia chiesa parrocchiale. Questo "monumento", con tutti i suoi arredi, non va toccato. Questa è la struttura da preservare ad ogni costo senza cedimenti ad altri utilizzi e a strane accoglienze.

Dall'altra c'è la toccante rappresentazione del travaglio incessante, sconvolgente, radicale di questo anziano parroco che, faticosamente, si convince che quella deve diventare "la casa dei crocifissi" più che la sede del tradizionale crocifisso, ormai appeso alla parete come un simbolo vuoto. Accogliendo i crocifissi, questi clandestini e clandestine, si riscopre il significato vero del crocifisso.


Ci vuole una svolta

Per passare dalla chiesa del sacrestano al "villaggio di cartone" ci vuole una vera e propria conversione. Una chiesa saccente, che ha una risposta per tutti e su tutto, non sa ascoltare le domande, non ode il grido, non mette le strutture a servizio degli ultimi.

Piuttosto usa gli ultimi per le proprie fortune istituzionali, per le sue "opere", per ingabbiarli nelle sue regole.

Vedo un "paesaggio ecclesiastico" preoccupante, ma anche promettente.

Esistono davvero "due chiese", potremmo dire, riprendendo un bel titolo di un testo degli anni del Concilio.

Esiste una chiesa che, tutta intenta a sé, ai suoi riti, alle sue regole e spesso soprattutto ai suoi privilegi ed affari, non si accorge di tutto questo mondo vastissimo e dolente della clandestinità, del precariato, della disperazione e della solitudine. Poi esiste, ed è viva, un'altra chiesa che, attenta al contesto storico, semina il chicco di grano con umile impegno quotidiano e con tanta fiducia in Dio e nelle creature. Non fa rumore questa chiesa, ma è vasta ed operosa.

Ognuno di noi deve fare la sua scelta. Non diamola per scontata.

Io sono davvero un uomo e un cristiano che vive la fede con attenzione e partecipazione ai problemi di oggi, davvero dalla parte degli appiedati, dei non violenti?

Sto mettendo al centro della mia piccola vita personale la ricerca e la pratica di relazioni di solidarietà?

Metto al primo posto l'amore e la giustizia?


O Dio

aiutami a percorrere il sentiero di Gesù

perché la sua parola sulla mia bocca

non diventi una controtestimonianza.