Signor Augias, finalmente lo afferma anche la Procura di Roma: "In Vaticano conoscono la verità". Ci si riferisce evidentemente ai piani alti dello Stato della Chiesa. Un comportamento grave, un reato ancora più riprovevole per chi predica e testimonia nientemeno la parola di Dio. Una ragazza quindicenne, cittadina vaticana, uscita da scuola, è scomparsa nel nulla. Era il 1983. Il presunto responsabile o complice, il boss della banda della Magliana, è sepolto in una venerata basilica, su permesso dell'allora cardinale vicario Poletti. Un mistero che fa ombra al Vaticano, alla Chiesa, alla cristianità tutta. Il Papa che ha avuto il coraggio di combattere un'altra incredibile omertà della Chiesa, quella sulla pedofilia dei sacerdoti, ne abbia altrettanto per collaborare con la giustizia italiana per restituire la verità su un crimine altrimenti inspiegabile. E il governo Monti cosi determinato sul piano economico-finanziario sia altrettanto coraggioso su quello della giustizia. Chieda ufficialmente spiegazioni alle autorità vaticane.
Ezio Pelino - pelinoezio@tiscali.it
Sono quasi trent'anni che discutiamo della scomparsa di Manuela Orlandi. Decine di magistrati hanno indagato invano su un delitto diventato via via un caos di ipotesi sgangherate dove si mescolano l'attentatore del Papa Alì Agca, i Lupi grigi, i servizi segreti bulgari o forse tedesco-orientali, un americano finto che al telefono sembra la caricatura di Stanlio e Ollio, gli immancabili servizi deviati italiani, la banda della Magliana, i soldi spesi per finanziare Solidarnosc. In questo guazzabuglio montato ad arte per far perdere ogni traccia, i magistrati si sono smarriti anche perché è mancata clamorosamente la collaborazione dello Stato di cui la povera Manuela era cittadina, cioè il Vaticano. Del resto è la stessa tattica usata per far dimenticare alla svelta il triplice omicidio delle guardie svizzere. Per il caso Orlandi basti pensare che il giudice unico vaticano era contemporaneamente capo dell'ufficio legale del Parlamento italiano per cui scriveva a se stesso e si rispondeva da solo. Nel febbraio 1994 il giudice Adele Rando ascoltava come testimone il prefetto Vincenzo Parisi, al tempo vicedirettore dei servizi segreti. Queste le sue parole a verbale: «Ritengo che le ricerche sulla vicenda siano state viziate proprio per il diaframma frapposto fra lo Stato italiano e la Santa Sede, l'intero svolgimento della vicenda fu caratterizzato da numerose iniziative disinformative con fini di palese depistaggio». Il giudice faceva sua l'analisi annotando in sentenza che tali dichiarazioni coincidevano "con il convincimento progressivamente maturato dal suo ufficio". Ciò che ora scrive la Procura non è una scoperta ma la conferma di quanto già sapevamo.
Corrado Augias
(Repubblica, 7 aprile)