I miei risvegli non sono mai stati particolarmente allegri, ma quelli che mi riportano alla veglia in questo periodo sono particolarmente deprimenti. Dopo avere trascorso qualche istante a ricomporre la realtà, leggo qualche pagina di un libro poi, mi tocca, accendo il televisore per tenermi “informato”.
Mi soffermo su qualche talk show della prima mattina. Sopporto con crescente disgusto la mediocre gazzarra politica su quella che comunemente è definita «macelleria sociale», termine la cui ridondanza ne ha ormai smorzato lo scandaloso contenuto e aspetto le parole di qualche essere umano che fenda la cortina di catarro verbale mediatico con una verità irrituale.
Una settimana fa circa, su Agorà, il talk show del bravo Andrea Vianello, ho ascoltato l’intervista fatta a un operaio cassaintegrato della Fiat, se non ricordo male. Era un uomo sulla cinquantina dall’aspetto sobrio e dall’eloquio garbato. Nel suo tono non c’era nessuna attitudine giaculatoria. Diceva di essere stato ciclicamente cassaintegrato dai primi anni Novanta, attualmente lo è a 700 euro al mese e considerava malinconicamente che i suoi genitori gli cavavano i suoi piccoli desideri, un dolce, un balocco, mentre lui talora deve negare a suo figlio un cono gelato perché i due euro che costa gli servono per necessità più impellenti.
A questi uomini, drappelli di governanti, politici e giornalisti del nostro tempo, pieni di senso della responsabilità nazionale, rispondono che lui è un privilegiato perché magari ha avuto un lavoro fisso. Loro però non hanno la più pallida idea di cosa significhi negare a un figlio un cono gelato, causa indigenza.
(Moni Ovadia, L’Unità, 31 marzo)