A che serve l'orologio? A niente, se nessun altro ce l'ha oltre a te. Questa è una verità semplice. La vive mia figlia Costanza nei lunghi periodi in cui il suo mestiere di ricercatrice la porta nell'Assam, uno degli Stati più poveri dell'India. Per lavorare deve prendere appuntamenti, quindi fissare degli orari. Ma se nessuno ha l'orologio, all'appuntamento l'attesa può durare ore. Il tempo diventa elastico, relativo. Le certezze sono le albe, i tramonti, le stagioni, i monsoni.
All'estremo opposto c'è New York. Se un giovane si azzarda a presentarsi con 3 (dico tre) minuti di ritardo a un colloquio di assunzione, è come non andarci affatto: si è rovinato agli occhi del potenziale datore di lavoro.
La puntualità degli americani è maniacale. Da un lato è buona educazione, rispetto dell'altro. Ma tradisce anche un'ossessione per il lavoro, che ha ricadute inquietanti. Anche qui a New York il tempo diventa elastico, eccome. Nel senso che i tuoi capi, i tuoi colleghi, i tuoi interlocutori professionali, si considerano autorizzati a invadere il tuo tempo di vita. La sera tardi. Il weekend. Mentre sei in vacanza, in viaggio, in aereo. Sì, i voli interni hanno il wi-fi, tutti viaggiano con gli occhi incollati al computer o al tablet. Un volo di sei ore New York-San Francisco non è più una buona scusa per non rispondere alle email in tempo reale.
Qualche tempo fa scrissi, di mia moglie Stefania, che ha giornate lavorative di oltre 13 ore. Qualcuno pensò a un'esagerazione. Macché. Esce di casa alle 7, rientra dopo le ore 20. A volte le riunioni la trattengono oltre. E mica lavora con Obama, né è la chef executive di Goldman Sachs. Lavora in una scuola internazionale dove dirige il dipartimento delle lingue straniere. Non insegna più e tuttavia deve trovarsi là prima che i ragazzi entrino in classe, poi fermarsi per le riunioni coi genitori e coi prof fino a sera inoltrata. Deve seguire corsi di aggiornamento professionale. Deve mettersi alla pari con le tecnologie più avanzate, perché ogni riunione è fatta di videoanimazioni, alla fine il resoconto va postato su un blog. Poi ci sono i seminari interni obbligatori, i viaggi-scambio all'estero al seguito dei ragazzi. La grande capa di quella scuola manda email alle sei del mattino (o alle tre di notte se è in missione a Singapore) e si aspetta risposte immediate. I sabati e le domeniche la scuola è aperta per altre riunioni.
Ripeto: Stefania non è un caso eccezionale, né occupa una posizione estrema. Non fa parte della élite suprema dei top manager (che hanno altre compensazioni) e neppure lavora come fattorino "a cottimo" in uno stabilimento Amazon con un computer che cronometra la sua performance minuto per minuto. E' una donna della middle class americana, rappresentativa di quest'epoca.
«Tra i colletti bianchi, le professioni del ceto medio», scrive Ann Crittenden sul New York Times, la settimana lavorativa di più di 50 ore è diventata la regola». Crittenden, mamma di un bambino, e l'autrice di The Price of Motherhood (il prezzo della maternità). Ha raccolto statistiche sufficienti a dimostrare che «tra i genitori che lavorano, la durata dell'impegno professionale si è allungata di 28 giorni, rispetto al 1970». Alla faccia delle profezie ottimistiche secondo cui le tecnologie ci avrebbero reso più padroni della nostra vita.
Quando si parla di multi-tasking spesso lo si fa con irritazione, come se fosse un brutto vizio da adolescenti che fanno sempre tre cose alla volta: guardano le email sul telefonino, fanno i compiti e hanno la televisione accesa. In realtà gran parte del multi-tasking è una condanna molto femminile. Ieri la donna lavorava 8 ore al giorno e poi a casa doveva anche occuparsi delle faccende domestiche. Oggi il lavoro la insegue 24 ore su 24, per forza è costretta a finire di scrivere una relazione sul computer mentre al telefonino chiede all'asilo nido se possono tenerle il bambino una mezz'ora in più. Overwhelmed cioè oberata, travolta, è il titolo di un altro libro, di Brigid Schulte del Washington Post. Sposata, madre di due figli, la Schulte ha aggiunto un sottotitolo: Il lavoro e gli affetti in un 'epoca in cui nessuno ha il tempo. Si chiede se la sua vita «disintegrata, frammentata, spossante» non sia il segnale di un problema sociale molto più vasto».
Federico Rampini
(il Venerdì 3 maggio)
All'estremo opposto c'è New York. Se un giovane si azzarda a presentarsi con 3 (dico tre) minuti di ritardo a un colloquio di assunzione, è come non andarci affatto: si è rovinato agli occhi del potenziale datore di lavoro.
La puntualità degli americani è maniacale. Da un lato è buona educazione, rispetto dell'altro. Ma tradisce anche un'ossessione per il lavoro, che ha ricadute inquietanti. Anche qui a New York il tempo diventa elastico, eccome. Nel senso che i tuoi capi, i tuoi colleghi, i tuoi interlocutori professionali, si considerano autorizzati a invadere il tuo tempo di vita. La sera tardi. Il weekend. Mentre sei in vacanza, in viaggio, in aereo. Sì, i voli interni hanno il wi-fi, tutti viaggiano con gli occhi incollati al computer o al tablet. Un volo di sei ore New York-San Francisco non è più una buona scusa per non rispondere alle email in tempo reale.
Qualche tempo fa scrissi, di mia moglie Stefania, che ha giornate lavorative di oltre 13 ore. Qualcuno pensò a un'esagerazione. Macché. Esce di casa alle 7, rientra dopo le ore 20. A volte le riunioni la trattengono oltre. E mica lavora con Obama, né è la chef executive di Goldman Sachs. Lavora in una scuola internazionale dove dirige il dipartimento delle lingue straniere. Non insegna più e tuttavia deve trovarsi là prima che i ragazzi entrino in classe, poi fermarsi per le riunioni coi genitori e coi prof fino a sera inoltrata. Deve seguire corsi di aggiornamento professionale. Deve mettersi alla pari con le tecnologie più avanzate, perché ogni riunione è fatta di videoanimazioni, alla fine il resoconto va postato su un blog. Poi ci sono i seminari interni obbligatori, i viaggi-scambio all'estero al seguito dei ragazzi. La grande capa di quella scuola manda email alle sei del mattino (o alle tre di notte se è in missione a Singapore) e si aspetta risposte immediate. I sabati e le domeniche la scuola è aperta per altre riunioni.
Ripeto: Stefania non è un caso eccezionale, né occupa una posizione estrema. Non fa parte della élite suprema dei top manager (che hanno altre compensazioni) e neppure lavora come fattorino "a cottimo" in uno stabilimento Amazon con un computer che cronometra la sua performance minuto per minuto. E' una donna della middle class americana, rappresentativa di quest'epoca.
«Tra i colletti bianchi, le professioni del ceto medio», scrive Ann Crittenden sul New York Times, la settimana lavorativa di più di 50 ore è diventata la regola». Crittenden, mamma di un bambino, e l'autrice di The Price of Motherhood (il prezzo della maternità). Ha raccolto statistiche sufficienti a dimostrare che «tra i genitori che lavorano, la durata dell'impegno professionale si è allungata di 28 giorni, rispetto al 1970». Alla faccia delle profezie ottimistiche secondo cui le tecnologie ci avrebbero reso più padroni della nostra vita.
Quando si parla di multi-tasking spesso lo si fa con irritazione, come se fosse un brutto vizio da adolescenti che fanno sempre tre cose alla volta: guardano le email sul telefonino, fanno i compiti e hanno la televisione accesa. In realtà gran parte del multi-tasking è una condanna molto femminile. Ieri la donna lavorava 8 ore al giorno e poi a casa doveva anche occuparsi delle faccende domestiche. Oggi il lavoro la insegue 24 ore su 24, per forza è costretta a finire di scrivere una relazione sul computer mentre al telefonino chiede all'asilo nido se possono tenerle il bambino una mezz'ora in più. Overwhelmed cioè oberata, travolta, è il titolo di un altro libro, di Brigid Schulte del Washington Post. Sposata, madre di due figli, la Schulte ha aggiunto un sottotitolo: Il lavoro e gli affetti in un 'epoca in cui nessuno ha il tempo. Si chiede se la sua vita «disintegrata, frammentata, spossante» non sia il segnale di un problema sociale molto più vasto».
Federico Rampini
(il Venerdì 3 maggio)