ROMA - Nichi Vendola, la vostra Lista Tsipras alle Europee ha raggiunto il quorum ed eletto tre deputati. Adesso dovete decidere cosa fare da grandi. Dopo la direzione di venerdì tra chi invoca la fusione con il Pd e chi la costituente di sinistra, a che punto siete?
«E' stata una direzione importante in cui si è aperta la riflessione sul voto che è stato un terremoto in Europa e in Italia».
In molti Paesi europei diversamente che in Italia, o no?
«Parlo di terremoto anche qui perché il significato sintetico del voto e la bocciatura senza se e senza ma delle politiche di austerity. Il blocco conservatore ha preso un duro colpo a vantaggio della variegata estrema destra e dei populisti. Mentre il blocco socialista nasconde la propria crisi grazie alla straordinaria performance del Pd di Matteo Renzi».
E' questo, secondo lei, il dato del voto del 25 maggio?
«Sì. Escono sconfitti Ppe e Pse che hanno condiviso la scelta sciagurata di aggredire il welfare e fare dell'equilibrio di bilancio un totem anche ferendo al cuore l'idea stessa dell'unificazione europea. Poi, in quel voto, vedo dati belli e altri inquietanti».
Qual è il dato bello? II vostro?
«La prova positiva di una nuova e articolata sinistra che non è più solo quella vecchia radicale. Da Syriza agli Indignados spagnoli fino a noi, c'è una luce di europeismo critico di sinistra contro le derive populiste».
E' il populismo, invece, il segnale inquietante?
«E' la nefasta trasformazione di umori neonazisti e neofascisti in forze politiche. Cavalcando la paura e il malessere sono diventate qualcosa di più corposo, insidioso e strutturato».
Eppure, la lista Tsipras ha perso voti in termini assoluti rispetto alla prestazione di Sel alle ultime politiche. Questo ha influito nella scelta di un percorso per il futuro?
«E' la prima volta che superiamo il quorum alle Europee. Abbiamo preso quasi un milione e 200mila voti. Un risultato miracoloso».
Col senno di poi, se lo aspettava o è stata una sorpresa?
«Alla vigilia del voto ero piuttosto pessimista. Ho visto salire la reazione alla violenza e alla volgarità di Beppe Grillo. Ho capito che si stava rideterminando una spinta di massa verso il voto utile al Pd percepito come argine democratico. Nella contesa tra Renzi e Grillo potevamo romperci l'osso del collo, invece ce l'abbiamo fatta. Nonostante non avessimo un lungo lavoro alle spalle».
In che senso?
«Abbiamo fatto una scelta last minute. Quella di un cartello elettorale che trovava il comune denominatore nella figura emblematica di Alexis Tsipras».
E adesso? La «terra di mezzo» tra Pd e Tsipras, con un occhio ai grillini delusi, dove conduce?
«Noi vogliamo essere la sinistra. Contribuire a ricostruirne una moderna, post-ideologica, plurale, capace di farsi attraversare dalle culture di femminismo, ambientalismo, libertà».
In che rapporti concreti con il Pd?
«Il nostro orizzonte è l'alleanza con il Pd a condizione che si ricostruisca un profilo di cambiamento. Renzi ha vinto e la sua vittoria non cambia la qualità di questo governo che è molto condizionato dal profilo del ministro Guidi e dalle scelte di Poletti, oltre che dalla presenza di Ncd. Sulle scelte di merito, per noi il governo merita una battaglia di opposizione».
Non è cambiato nulla, allora, dopo il voto?
«Sì. Renzi esce come uno dei leader più forti sulla scena europea. Con un mandato legato non solo all'anti-grillismo ma attinente al cambiamento che ha evocato con i suoi discorsi, la sua età ed effervescenza. Ha una responsabilità e una chance straordinarie: essere la leva per scardinare la gabbia di acciaio dell'austerità».
E' vero che potreste votare la conversione del decreto irpef con gli 80 euro ln busta paga per i redditi bassi?
«Leggeremo il decreto e valuteremo il merito. Abbiamo detto dei no, ma anche dei sì come sull'abolizione della legge Bossi-Fini. L'operazione di sostegno ai redditi più bassi è positiva, ma non se le coperture importano tagli drastici alla Pubblica amministrazione».
Significa che, alla fine, potreste votare no?
«Non sono iscritto al partito dei gufi, come direbbe Renzi. In campagna elettorale non ho agitato l'argomento. Ma se le coperture sono minacciose per la vita degli enti locali non possiamo tacerlo».
Teme uscite dal partito, per andare con il Pd?
«Non ne ho notizia. In direzione abbiamo ragionato su Renzi senza stereotipi né folgorazioni: è stato votato da chi è arrabbiato contro la Fornero e non ne può più di quelli come Monti nonostante il Pd abbia sostenuto quelle scelte. Lui non ne paga il prezzo, è percepito come diverso da chi c'era prima. Ma nella società liquida, tutto questo può cambiare velocemente. Sembra ieri che ci commuovevamo per Hollande all'Eliseo e adesso Marine Le Pen è primo partito...».
Per la Lista Tsipras non c'è futuro?
«Considero l'esperienza un seme. Bisogna evitare che precipitazioni organizzativistiche siano una gelata che lo uccide. Ingabbiare questo percorso in un nuovo contenitore non mi convince».
E cosa la convince, invece?
«Meglio metterci in ascolto e allargare il campo democratico, nel cui spazio vogliamo essere la sinistra. Non come colonna sonora ideologica di partiti della nazione ma nella ricerca di battaglie politiche e sociali comuni. La sinistra vale molto di più del 4% e il confronto con Renzi sarà sui contenuti».
(L'Unità 1 giugno)
«E' stata una direzione importante in cui si è aperta la riflessione sul voto che è stato un terremoto in Europa e in Italia».
In molti Paesi europei diversamente che in Italia, o no?
«Parlo di terremoto anche qui perché il significato sintetico del voto e la bocciatura senza se e senza ma delle politiche di austerity. Il blocco conservatore ha preso un duro colpo a vantaggio della variegata estrema destra e dei populisti. Mentre il blocco socialista nasconde la propria crisi grazie alla straordinaria performance del Pd di Matteo Renzi».
E' questo, secondo lei, il dato del voto del 25 maggio?
«Sì. Escono sconfitti Ppe e Pse che hanno condiviso la scelta sciagurata di aggredire il welfare e fare dell'equilibrio di bilancio un totem anche ferendo al cuore l'idea stessa dell'unificazione europea. Poi, in quel voto, vedo dati belli e altri inquietanti».
Qual è il dato bello? II vostro?
«La prova positiva di una nuova e articolata sinistra che non è più solo quella vecchia radicale. Da Syriza agli Indignados spagnoli fino a noi, c'è una luce di europeismo critico di sinistra contro le derive populiste».
E' il populismo, invece, il segnale inquietante?
«E' la nefasta trasformazione di umori neonazisti e neofascisti in forze politiche. Cavalcando la paura e il malessere sono diventate qualcosa di più corposo, insidioso e strutturato».
Eppure, la lista Tsipras ha perso voti in termini assoluti rispetto alla prestazione di Sel alle ultime politiche. Questo ha influito nella scelta di un percorso per il futuro?
«E' la prima volta che superiamo il quorum alle Europee. Abbiamo preso quasi un milione e 200mila voti. Un risultato miracoloso».
Col senno di poi, se lo aspettava o è stata una sorpresa?
«Alla vigilia del voto ero piuttosto pessimista. Ho visto salire la reazione alla violenza e alla volgarità di Beppe Grillo. Ho capito che si stava rideterminando una spinta di massa verso il voto utile al Pd percepito come argine democratico. Nella contesa tra Renzi e Grillo potevamo romperci l'osso del collo, invece ce l'abbiamo fatta. Nonostante non avessimo un lungo lavoro alle spalle».
In che senso?
«Abbiamo fatto una scelta last minute. Quella di un cartello elettorale che trovava il comune denominatore nella figura emblematica di Alexis Tsipras».
E adesso? La «terra di mezzo» tra Pd e Tsipras, con un occhio ai grillini delusi, dove conduce?
«Noi vogliamo essere la sinistra. Contribuire a ricostruirne una moderna, post-ideologica, plurale, capace di farsi attraversare dalle culture di femminismo, ambientalismo, libertà».
In che rapporti concreti con il Pd?
«Il nostro orizzonte è l'alleanza con il Pd a condizione che si ricostruisca un profilo di cambiamento. Renzi ha vinto e la sua vittoria non cambia la qualità di questo governo che è molto condizionato dal profilo del ministro Guidi e dalle scelte di Poletti, oltre che dalla presenza di Ncd. Sulle scelte di merito, per noi il governo merita una battaglia di opposizione».
Non è cambiato nulla, allora, dopo il voto?
«Sì. Renzi esce come uno dei leader più forti sulla scena europea. Con un mandato legato non solo all'anti-grillismo ma attinente al cambiamento che ha evocato con i suoi discorsi, la sua età ed effervescenza. Ha una responsabilità e una chance straordinarie: essere la leva per scardinare la gabbia di acciaio dell'austerità».
E' vero che potreste votare la conversione del decreto irpef con gli 80 euro ln busta paga per i redditi bassi?
«Leggeremo il decreto e valuteremo il merito. Abbiamo detto dei no, ma anche dei sì come sull'abolizione della legge Bossi-Fini. L'operazione di sostegno ai redditi più bassi è positiva, ma non se le coperture importano tagli drastici alla Pubblica amministrazione».
Significa che, alla fine, potreste votare no?
«Non sono iscritto al partito dei gufi, come direbbe Renzi. In campagna elettorale non ho agitato l'argomento. Ma se le coperture sono minacciose per la vita degli enti locali non possiamo tacerlo».
Teme uscite dal partito, per andare con il Pd?
«Non ne ho notizia. In direzione abbiamo ragionato su Renzi senza stereotipi né folgorazioni: è stato votato da chi è arrabbiato contro la Fornero e non ne può più di quelli come Monti nonostante il Pd abbia sostenuto quelle scelte. Lui non ne paga il prezzo, è percepito come diverso da chi c'era prima. Ma nella società liquida, tutto questo può cambiare velocemente. Sembra ieri che ci commuovevamo per Hollande all'Eliseo e adesso Marine Le Pen è primo partito...».
Per la Lista Tsipras non c'è futuro?
«Considero l'esperienza un seme. Bisogna evitare che precipitazioni organizzativistiche siano una gelata che lo uccide. Ingabbiare questo percorso in un nuovo contenitore non mi convince».
E cosa la convince, invece?
«Meglio metterci in ascolto e allargare il campo democratico, nel cui spazio vogliamo essere la sinistra. Non come colonna sonora ideologica di partiti della nazione ma nella ricerca di battaglie politiche e sociali comuni. La sinistra vale molto di più del 4% e il confronto con Renzi sarà sui contenuti».
(L'Unità 1 giugno)