L'articolo sulle manifestazioni contro il Dalai Lama, apparso sul n. 14 di Riforma, può lasciare perplesso il lettore e richiede forse qualche chiarimento. Dallo studio delle fonti storiche tibetane si evince che la pratica del buddhismo in Tibet, a partire dalla sua adozione ufficiale nella seconda meta dell'XIII secolo, non è stata sempre esemplare. Nell'842 il nono abate di Samye, il primo monastero fondato in Tibet, uccise un sovrano tibetano che si opponeva energicamente al potere crescente del clero buddhista e che fu poi considerato apostata dalla storiografia ecclesiastica in quanto reo di avere sostenuto la religione nazionale basata sul culto delle tombe reali e delle divinità montane, che svolgeva un ruolo politico e religioso fondamentale nel Tibet monarchico. Questo assassinio segnò la fine della monarchia e dell'idea di uno stato tibetano laico. Samye fu poi distrutto nel 986 da un incendio causato dalla rivalità fra due maestri, e occorsero tre anni e 500 artigiani per ricostruirlo.
Lo sviluppo di ordini religiosi rivali a partire dall'XI secolo fu caratterizzato da contrasti di ogni genere, legati a motivi economici ed egemonici, più che dottrinali, aggravati dal ricorso dei monasteri a sovrani stranieri per soverchiare i propri rivali, con dinamiche analoghe a quelle degli stati italiani, compreso quello pontificio, prima dell'Unità. Cosi, dopo che l'imperatore Qubilai Khan ebbe scelto come interlocutore privilegiato l'abate di Sàkya a svantaggio di quello di Drikhùn, la rivalità fra quei due monasteri si trasformò in guerra: nel 1285 i monaci di Drikhùn distrussero un monastero avversario uccidendone l'abate, e nel 1290 un esercito mongolo guidato da un generale di Sàkya attaccò, saccheggiò e incendiò il monastero di Drikhùn, uccidendone molti monaci soldati.
Fu l'inizio della dipendenza del Tibet da sovrani stranieri scelti come protettori da ordini fra loro rivali: lo stesso titolo di Dalai («oceano» in mongolo) Lama (traduzione tibetana del sanscrito «guru») venne conferito nel 1578 da un principe mongolo al Capo dell'ordine del «Modello della Virtù» (tibetano: «Ghelukpa», più conosciuto con il soprannome di «Cappelli Gialli»). La lite tra due fazioni Ghelukpa, che sostenevano due diversi candidati alla carica di VI Lama appoggiandosi a principi mongoli rivali, condusse a un'altra devastante invasione mongola e spinse una delle due fazioni a chiedere l'intervento militare dell'imperatore mancese. Nel 1720 questi liberò il paese dal flagello mongolo, ma ridusse il Tibet a protettorato, condizione durata fino alla caduta della dinastia dei Qing (1911), mentre il buddhismo tibetano continue a essere protetto e ad avere seguaci nella stessa Cina.
Il dio Dorgé Shukden è la manifestazione irata di un virtuoso maestro rivale del V Dalai Lama. La sua morte nel 1654 in circostanze più che sospette1diede luogo a una divisione all'interno dell'ordine Ghelukpa durata fino a oggi.
Occorre qui accennare al clima dell'epoca e al ruolo di quello che i tibetani chiamano «Gran Quinto». Questi, allo scopo di imporre l'egemonia del proprio ordine a tutto il Tibet, ricorse all'appoggio di Gushri Khan, un altro principe mongolo, per sconfiggere i sovrani dei due ultimi regni tibetani indipendenti nel Tibet sud-occidentale e orientale: Tsan e Berì. Nel 1679 il V Dalai Lama decise di invadere anche il Ladàk con un esercito appoggiato da cavalieri mongoli. Il comando della spedizione venne affidato a un generale monaco che si distinse in battaglia in maniera non consona ai voti da lui presi all'importante monastero Ghelukpa dove aveva completato i suoi studi. Le fonti tibetane narrano che, indossata l'armatura, montò a cavallo e, armato di moschetto, spada e lancia, guidò la carica contro i ladaki schiacciandoli sotto gli zoccoli del suo cavallo e uccidendoli con le proprie armi «finché gli divenne difficile impugnarle, tanto erano insanguinate»2. Sia il Ladàk sia il Bhutan riuscirono a resistere agli eserciti tibetano e mongolo, ma il V Dalai Lama riuscì a estendere l'egemonia Ghelukpa a tutto il resto del Tibet geo-culturale, e conferì a Gushri Khan i titoli ereditari di «re» (tib. «ghiälpò») del Tibet e custode della dottrina buddhista.
Il culto di Dorgé Shukden è stato vietato dal XIV Dalai Lama, che sembra voler porre fine all'inadeguatezza politica del sistema di successione per «reincarnazione», ma tale divieto ha esasperato i contrasti all'interno del suo stesso ordine. In termini storici e politici l'attuale tendenza dei centri religiosi tibetani in America ed Europa viene giudicata da Samten Karmay, l'unico tibetologo tibetano a essere stato eletto presidente della International Association for Tibetan Studies, come una «logica prosecuzione dei vecchi interessi settari alla ricerca di protezione straniera». A proposito della situazione politica in Tibet negli anni quaranta del XX secolo, Karmay afferma che la «lotta interna fra capi ecclesiastici sostenuti da fazioni aristocratiche corrotte, unitamente a una colossale ignoranza dei cambiamenti politici mondiali e della situazione internazionale, probabilmente preparò il terreno all'imminente perdita dell'indipendenza nazionale». Karmay conclude il suo articolo sul tema spronando i suoi concittadini ad «aprire gli occhi» e a imparare dalla storia: «Leggiamo la storia, invece di fidarci degli sporadici mormorii del superstizioso e obsoleto Oracolo di Neciùn»3, ai cui responsi si affidavano i Dalai Lama per scelte importanti.
Erberto Lo Bue
(Riforma 16 maggio)
Lo sviluppo di ordini religiosi rivali a partire dall'XI secolo fu caratterizzato da contrasti di ogni genere, legati a motivi economici ed egemonici, più che dottrinali, aggravati dal ricorso dei monasteri a sovrani stranieri per soverchiare i propri rivali, con dinamiche analoghe a quelle degli stati italiani, compreso quello pontificio, prima dell'Unità. Cosi, dopo che l'imperatore Qubilai Khan ebbe scelto come interlocutore privilegiato l'abate di Sàkya a svantaggio di quello di Drikhùn, la rivalità fra quei due monasteri si trasformò in guerra: nel 1285 i monaci di Drikhùn distrussero un monastero avversario uccidendone l'abate, e nel 1290 un esercito mongolo guidato da un generale di Sàkya attaccò, saccheggiò e incendiò il monastero di Drikhùn, uccidendone molti monaci soldati.
Fu l'inizio della dipendenza del Tibet da sovrani stranieri scelti come protettori da ordini fra loro rivali: lo stesso titolo di Dalai («oceano» in mongolo) Lama (traduzione tibetana del sanscrito «guru») venne conferito nel 1578 da un principe mongolo al Capo dell'ordine del «Modello della Virtù» (tibetano: «Ghelukpa», più conosciuto con il soprannome di «Cappelli Gialli»). La lite tra due fazioni Ghelukpa, che sostenevano due diversi candidati alla carica di VI Lama appoggiandosi a principi mongoli rivali, condusse a un'altra devastante invasione mongola e spinse una delle due fazioni a chiedere l'intervento militare dell'imperatore mancese. Nel 1720 questi liberò il paese dal flagello mongolo, ma ridusse il Tibet a protettorato, condizione durata fino alla caduta della dinastia dei Qing (1911), mentre il buddhismo tibetano continue a essere protetto e ad avere seguaci nella stessa Cina.
Il dio Dorgé Shukden è la manifestazione irata di un virtuoso maestro rivale del V Dalai Lama. La sua morte nel 1654 in circostanze più che sospette1diede luogo a una divisione all'interno dell'ordine Ghelukpa durata fino a oggi.
Occorre qui accennare al clima dell'epoca e al ruolo di quello che i tibetani chiamano «Gran Quinto». Questi, allo scopo di imporre l'egemonia del proprio ordine a tutto il Tibet, ricorse all'appoggio di Gushri Khan, un altro principe mongolo, per sconfiggere i sovrani dei due ultimi regni tibetani indipendenti nel Tibet sud-occidentale e orientale: Tsan e Berì. Nel 1679 il V Dalai Lama decise di invadere anche il Ladàk con un esercito appoggiato da cavalieri mongoli. Il comando della spedizione venne affidato a un generale monaco che si distinse in battaglia in maniera non consona ai voti da lui presi all'importante monastero Ghelukpa dove aveva completato i suoi studi. Le fonti tibetane narrano che, indossata l'armatura, montò a cavallo e, armato di moschetto, spada e lancia, guidò la carica contro i ladaki schiacciandoli sotto gli zoccoli del suo cavallo e uccidendoli con le proprie armi «finché gli divenne difficile impugnarle, tanto erano insanguinate»2. Sia il Ladàk sia il Bhutan riuscirono a resistere agli eserciti tibetano e mongolo, ma il V Dalai Lama riuscì a estendere l'egemonia Ghelukpa a tutto il resto del Tibet geo-culturale, e conferì a Gushri Khan i titoli ereditari di «re» (tib. «ghiälpò») del Tibet e custode della dottrina buddhista.
Il culto di Dorgé Shukden è stato vietato dal XIV Dalai Lama, che sembra voler porre fine all'inadeguatezza politica del sistema di successione per «reincarnazione», ma tale divieto ha esasperato i contrasti all'interno del suo stesso ordine. In termini storici e politici l'attuale tendenza dei centri religiosi tibetani in America ed Europa viene giudicata da Samten Karmay, l'unico tibetologo tibetano a essere stato eletto presidente della International Association for Tibetan Studies, come una «logica prosecuzione dei vecchi interessi settari alla ricerca di protezione straniera». A proposito della situazione politica in Tibet negli anni quaranta del XX secolo, Karmay afferma che la «lotta interna fra capi ecclesiastici sostenuti da fazioni aristocratiche corrotte, unitamente a una colossale ignoranza dei cambiamenti politici mondiali e della situazione internazionale, probabilmente preparò il terreno all'imminente perdita dell'indipendenza nazionale». Karmay conclude il suo articolo sul tema spronando i suoi concittadini ad «aprire gli occhi» e a imparare dalla storia: «Leggiamo la storia, invece di fidarci degli sporadici mormorii del superstizioso e obsoleto Oracolo di Neciùn»3, ai cui responsi si affidavano i Dalai Lama per scelte importanti.
Erberto Lo Bue
(Riforma 16 maggio)
1Cfr. A. Chayet e S. Karmay in Lhasa in the Seventeenth Century a c. di F. Pommaret, Leiden 2003, pp. 40, 68, 70, 76-77.
2YL. Petech, Selected Papers on Asian History, Roma 1988, p, 27.
3S. Karmay, Religion: A Major Cause of Tibetan Disunity «Tibetan Review», XII/ 5, p. 26.