sabato 12 novembre 2016

"Un cristiano non può governarci"



PECHINO. L'Australia può attendere. Il presidente dell'Indonesia Joko Widodo ha posticipato la visita di stato quando la manifestazione di massa che chiedeva l'arresto del governatore della capitale per blasfemia è diventata violenta: un morto, oltre cento feriti, tre veicoli incendiati e 18 danneggiati. «Rispettiamo le aspirazioni del popolo a manifestare in strada e ringraziamo gli ulama, i leader religiosi, che hanno contribuito a tenere gli animi calmi fino al tramonto», ha dichiarato nella notte tra venerdì e sabato quando ormai la situazione era fuori controllo. «Mi dispiace invece della situazione turbolenta che si è verificata la sera, quando le masse sono diventate violente». E ha aggiunto: «Ci sono attori politici che si stanno approfittando della situazione».
Basuki Tjahaja Purnama, o Ahok com'e più comunemente noto, governa la città di Jakarta dal 2014. È stato il primo governatore della capitale cristiano in cinquant'anni, fa parte della minoranza etnica cinese e, se non sarà costretto a ritirarsi, con ogni probabilità sarà riconfermato dalle elezioni di febbraio. Grazie alle sue politiche per estendere il welfare e decongestionare la metropoli da 10 milioni di abitanti, i sondaggi lo danno infatti in vantaggio sui suoi due sfidanti musulmani. Cosi è stato accusato di essersi preso gioco di un verso del Corano che i suoi detrattori avevano usato contro di lui: i musulmani non dovrebbero scegliere un «non musulmano» come leader. A niente sono servite le scuse e le rettifiche di Ahok. Nella giornata di venerdì un centinaio di migliaia di persone sono confluite nella capitale per chiedere prima le sue dimissioni e poi il suo arresto. La blasfemia, in Indonesia, è un'offesa che può essere punita con un massimo di cinque anni di carcere.
«Rispettare la legge è un obbligo. Staremo qui fino a quando Ahok non verrà arrestato» ha gridato quando la manifestazione di venerdì avrebbe dovuto disperdersi Rizieq Shihab, fondatore del Fronte per i difensori islamici, noto per i suoi attacchi alle minoranze. Sui social media sono girate immagini in cui i manifestanti sventolavano bandiere inneggianti allo stato islamico e si è ripetuto che avevano l'appoggio dei combattenti in Siria. Ma nessuna di queste informazioni è mai stata confermata. Il ministero delle comunicazioni indonesiano, comunque, ha bloccato 11 siti perché avrebbero inneggiato all'odio religioso.
L'Indonesia è lo stato a maggioranza musulmana più popoloso del mondo. Ospita 260 milioni di persone di cui 1'87 per cento crede in un Islam moderato ed è sempre stato fiero di essere democratico e tollerante. Certo, ci sono sacche estremiste, ma per il momento non sono abbastanza numerose da mettere in pericolo il governo. Nahdlatul Ulama, l'organizzazione politica islamica che con i suoi quasi 40 milioni di membri è la più grande del paese, non ha preso parte alle proteste e, come tanti altri gruppi religiosi e politici, ha invitato alla calma. Non è un caso che Ahok, cristiano e di discendenza cinese, sia ancora in testa nei sondaggi.
Cecilia Attanasio Ghezzi

(La Stampa 6 novembre)