Nella mia lunga esperienza pastorale sto notando due o tre cose che mi hanno particolarmente colpito.
Si fa relativamente presto ad organizzare un “gruppo di catechesi ai bambini/e” e spesso ci si illude così di aver dato una educazione cristiana o, almeno, di aver trasmesso un orientamento di fede.
Ma se i figli non vedono i genitori leggere la Bibbia, pregare, coltivare momenti significativi di celebrazione della propria fede, non esiste una testimonianza della fede.
Qui sta il cuore del problema: non è una “catechesi rinnovata” che trasmette un messaggio. Il messaggio non è una costellazione di nuove idee (utili e necessarie), ma qualcosa che puoi vedere nel vissuto di persone concrete come i genitori.
Non si insegna a pregare se non pregando insieme ai propri figli e figlie.
Un'altra constatazione che per me è di evidenza palmare è questa: per molti fratelli e sorelle delle comunità il periodo delle feste e dell'estate è un periodo in cui l'esperienza comunitaria va in vacanza. Così la comunità diventa la fraternità e la sororità dei più deboli, dei meno abbienti, di chi non ha i soldi per un viaggio, non ha la salute o è solo, non ha casa al mare o in montagna.
I tempi della “cura pastorale” sono dettati dai ritmi della vita dei più deboli e poveri. E' una lezione difficile da imparare e da praticare. Non si tratta di “trascurare” gli altri, i più garantiti, ma di mettere al primo posto coloro che nella loro condizione personale o sociale sono ai margini.
La “cura pastorale” non crea modelli di partecipazione alla costruzione di un percorso di fede, ma sollecita le singole persone a collocarsi in questa attenzione agli ultimi/e sulla strada che Gesù ci ha testimoniato.
L'esperienza cristiana oggi può vivere solo se si trovano donne e uomini che scoprono con gioia e vivono con passione l'impegno di costruire insieme piccole o grandi comunità in cui la “cura pastorale” sia condivisa.
Franco Barbero