martedì 24 gennaio 2017

“I casi noti sono la punta dell’iceberg, troppi medici non fanno denuncia”

QUELLO che emerge quando si parla di vittime dell'amianto è spesso solo la punta di un iceberg. I casi che finiscono in un fascicolo della procura sono una minoranza rispetto a tutti i decessi che derivano dall'essere vissuti o dall'aver lavorato in un posto contaminato dall'asbesto. Ancora meno sono quelli che arrivano in un'aula di tribunale e di questi non tutti giungono a sentenza, falcidiati dalla prescrizione. «C'è un problema di fondo - attacca l'avvocata Laura D'Amico, da anni in prima fila nella battaglia contro l'amianto - che parte dagli ospedali e dai medici di famiglia: nella stragrande maggioranza dei casi non ottemperano all'obbligo di segnalare il sospetto che la patologia diagnosticata a un malato sia legata all'esposizione da amianto».
Quali sono le conseguenze?
«Una segnalazione tempestiva permetterebbe per esempio alle vittime di ricevere in modo più rapido gli indennizzi previsti dall'Inail, ma consentirebbe anche ai pazienti di essere inseriti in un percorso di sorveglianza sanitaria più scrupoloso proprio per il loro vissuto. Inoltre la comunicazione di tumori e patologie che potrebbero essere riconducibili all'asbesto permetterebbe di aggiornare le tabelle grazie ai nuovi studi epidemiologici e, al crescere dei casi denunciati, certe malattie professionali potrebbero passare dalla categoria del "sospetto legame con l'amianto" a quella del "legame certo". Ma questo non avviene se i casi studiati restano pochi».
Dal punto di vista giuridico quali sono gli effetti?
«La mancata segnalazione rallenta l'avvio di un'inchiesta o addirittura fa sì che una morte per amianto venga insabbiata se non è la famiglia a farsi carico di sporgere denuncia. E questo non sempre avviene, spesso per una mancata conoscenza dei fatti o perché non era così evidente la presenza dell'amianto nel luogo di lavoro di un parente».
Perché medici e infermieri latitano in questo loro compito?
«Non voglio pensare alla malafede. Credo piuttosto che sia colpa di una scarsa informazione che però riguarda vari livelli, perché la mancata segnalazione dovrebbe essere punita con sanzioni che io però non ho mai visto applicare».
Servirebbe un altro sistema?
«No, il legislatore ha pensato a una procedura perfetta per fare in modo che dal primo sospetto di una diagnosi di malattia legata all'amianto si attivi tutta la macchina complessa degli indennizzi, dell'epidemiologia e della giustizia, visto che i tempi della prescrizione partono dall'evento, la diagnosi o il decesso della vittima, non da quando la magistratura è stata informata. Però mancando proprio la segnalazione iniziale tutto l'impianto va in crisi.  Così se  sul mesotelioma pleurico siamo ormai sicuri che non sfugga praticamente alcun caso perché la vigilanza, anche mediatica, è massima, su molti tumori e altre malattie crediamo che ci siano moltissimi casi di vittime dell'amianto che non escono allo scoperto e di cui nessuno si occuperà mai».
Tuttavia, anche quando arrivano in tribunale, molte vicende finiscono poi in prescrizione. Colpa di indagini troppao lunghe e di maxi-inchieste?
«Ci sono pro e contro: arrivare in aula con un alto numero di casi permette di dimostrare con più convinzione l'insalubrità di un luogo di lavoro. D'altro canto, però, i tempi si allungano. La strada giusta credo che stia nel mezzo, come spesso si fa già: una prima inchiesta che riunisce un certo numero di vittime e poi inchieste bis. Per esperienza so che quando una storia va in tribunale e finisce anche sui giornali arrivano da me molte persone che avevano un familiare che lavorava in quell'azienda e che non avevano pensato prima di avviare una causa».
Federica Cravero

(la Repubblica 16 gennaio)