INTERPRETARE QUESTI RACCONTI
Non può essere dimenticato un aspetto di grande rilevanza: «Questi vari racconti (di miracolo) permettono di ricostruire un certo ambiente. Anche se il Nuovo Testamento menziona persone agiate, come il centurione, il caposinagoga, la sirofenicia..., l'ambiente di preferenza sono gli strati inferiori della società. Non siamo ancora all'epoca degli apologisti del II secolo i quali vedranno nei racconti di miracolo degli argomenti destinati a convincere gli uomini di lettere» (Xavier Léon Dufour, I miracoli di Gesù, pag. 273). « La dinamica che anima questi racconti traduce la volontà di liberarsi dalle frontiere socio-culturali... La fede nei miracoli ha dunque una funzione nei conflitti sociali (disuguaglianza sociale o differenze tra i popoli) e fin nei conflitti di ordine politico... Viene trasformata la comprensione della vita stessa: gli uomini cercano un nuovo modo di essere. Coloro che non vogliono o non possono ricorrere alla magia trovano nei racconti di miracolo un mezzo simbolico per andare al di là dei limiti che l'esistenza ordinaria impone loro. I racconti, allora, diventano operativi: vere e proprie 'azioni' di una determinata società, essi propongono a modo loro una via di uscita» (Idem, pag. 274). E si noti che «A differenza dei racconti ellenistici, i racconti del Nuovo Testamento non sono collegati con dei santuari preoccupati di mantenere l'ordine in una società di cui non si pensa minimamente di modificare le strutture. Essi provengono da personalità carismatiche che vogliono proporre una nuova forma di vita. Questo processo è condizionato dalla problematica delle classi povere, ma è anche animato da un'intenzione che ha un'influenza sulla società stessa: quella di invitare gli uomini alla fede in Gesù Cristo... Rivendicando una nuova forma di vita, essi contestano le forme esistenti» (Op. cit., pagg. 275-276).
Lo stesso studioso sottolinea che la struttura dei racconti di miracolo mostra il legame stretto che unisce il taumaturgo con colui che si trova in una condizione di miseria o di indigenza. «Questa relazione introduce all'ultimo aspetto del mistero, quello di fronte alla miseria. Dio non opera miracoli per i benestanti, i quali rimangono rigidamente congelati in se stessi, non facendo posto a Dio che pure è pronto ad invaderli. Il ricco, in senso forte, è colui che non accetta più nulla perché ha tutto. Il povero, invece, manifesta la propria dipendenza facendo appello a colui che può strapparlo al determinismo in cui si sente prigioniero. Anche il taumaturgo è un povero, perché accoglie semplicemente la potenza divina all'opera. In tutta verità, il miracolo riguarda solo i poveri... Il miracolo non è che una manifestazione, più sorprendente del solito, della relazione che unisce Dio e la sua creatura in stato di miseria... Il miracolo è la sovrabbondanza, e la sovrabbondanza non viene a prodursi che nella povertà» (Xavier Léon Dufour, Op. cit., pag. 295).
Certo, i poveri conoscono anche tutte le deviazioni magiche e spesso sono portati ad invocare un «dio tappabuchi», ma questo loro riporre in Dio e negli uomini di Dio una speranza contro e oltre ogni speranza ed evidenza, non può essere liquidato perentoriamente come proiezione dei propri desideri frustrati o come alienazione. Non può esserci qui un appello ad accrescere la nostra poca fede? Tanto la tracotanza illuministica che squalifica la preghiera del misero e relega la sua illimitata speranza in Dio nel mondo dell'illusione quanto la chiesa ufficiale che troppo spesso strumentalizza i poveri coltivando una religiosità superstiziosa a base di santuari, di apparizioni, di magia, di attesa del miracolo sono messe in crisi dal dato biblico. Saraà forse importante, con i bambini, essere netti per quanto riguarda le superstizioni mariane, i miracoli che fanno notizia, l'arsenale indegno e la vera industria dei santini... Qui il miracolo biblico è semplicemente un pretesto linguistico, un canale di dominazione sacrale per mantenere il popolo fuori dalle dinamiche critiche e sovversive del racconto biblico di miracolo. Occorre distinguere con chiarezza.
Franco Barbero, 1986