domenica 15 gennaio 2017

La questione lettone e i soldati italiani

Nel vertice Nato di luglio a Varsavia era stato deciso di schierare alcune migliaia di uomini in Polonia e nei paesi baltici, ai confini con la Russia. La notizia è stata resa nota a ottobre e ha subito scatenato la dura reazione di Mosca.

Alcune settimane fa la Stampa italiana ha scoperto improvvisamente la Lettonia perché la Nato ha deciso (bontà sua!) di inviare in quel paese, dal 2018, una compagnia di 140 soldati italiani assieme ad altre forze della Nato. Ci hanno detto che si tratterebbe di un fatto normale, di routine. Ma è davvero cosi? Cosa si nasconde dietro questa semplice (si fa per dire!) notizia?
La stampa italiana ha fatto di tutto non solo per minimizzare l'importanza e le pericolose conseguenze del fatto che potrebbe generare una pericolosa situazione di grave conflitto con la Russia. Qualcuno che non conosce i fatti si chiederà il perché. A suo tempo, nella mia Agonia e morte dell'Urss e del "socialismo reale" (Prato Omnia minima, 1993, pag. 201), feci osservare che con la disgregazione dell'Urss si era creata una grave questione che è quella russa, da me definita una questione mondiale. Con la fine dell'Urss in diversi paesi dell'est europeo (Ucraina, Moldavia, Lituania, Estonia e Lettonia) si erano create diverse minoranze nazionali russe (come nel Caucaso e in Asia centrale) che non erano affatto riconosciute e garantite dalle leggi di molti dei paesi nominati. La Lettonia è appunto uno di questi paesi in cui ci sono diverse minoranze etniche e in cui i tanto decantati diritti dell'uomo (russo) non solo non sono riconosciuti, ma addirittura continuamente conculcati e limitati. In Lettonia si registra una situazione demografica in cui la popolazione lettone etnicamente tende a diminuire di anno in anno con un crescente aumento della popolazione slava (russa, bielorussa e ucraina) e finnica. Il governo lettone, con l'acquiescenza dell'Unione europea, chiude ambedue gli occhi sulla conclamata ma evasa osservanza dei diritti umani in Lettonia e negli altri paesi baltici. Basti pensare a queste cifre: in Lettonia il 40% della popolazione parla russo perché è russa e poi un altro 5% è composta di ucraini e bielorussi. Ma la cosa più importante è che a Riga, cioè la capitale, la maggioranza della popolazione è di origine russa e parla russo. A un residente russo che, anche se è nato nel paese, non conosce il lettone (o meglio: non dimostra di sapere leggere e scrivere in lettone) viene negato non solo il diritto elettorale, ma perfino la cittadinanza! Ebbene, è noto che il governo lettone si è prefisso di togliere l'insegnamento del russo nelle scuole a partire dal 2018. È evidente che se il progetto verrà attuato questa violazione dei diritti umani non potrà non provocare la sollevazione della popolazione di lingua russa esattamente come in Ucraina dopo il colpo di mano del Maidan e il decreto secondo il quale non si poteva più  parlare russo.
Matteo Renzi e il suo governo sono stati disinformati e i nostri soldati potranno trovarsi nel 2017 e dopo fra l'incudine (gente russa infuriata) e il martello (Nato) che ordina di sedare i probabili disordini con la forza... È evidente che la manovra subdola consiste nel mettere l'Italia contro i russi, per poi a lunga scadenza suscitare un moto di opinione pubblica russa contro l'Italia che sicuramente danneggerebbe ulteriormente le nostre esportazioni già abbondantemente danneggiate dalle sanzioni contro la Russia. Renzi non può non percepire la gravità dei fatti che potrebbero avvenire in Lettonia.
Renato Risaliti

(Confronti, dicembre 2016)